Anche quest’anno ho visitato la fiera dell’elettronica di consumo più importante in Europa: l’IFA di Berlino. Di solito, lo stand più grande se lo accaparrava Samsung. Quest’anno, invece, dopo tanti anni Samsung ha deciso di spostare il proprio evento in un centro conferenze distante diversi chilometri dal centro fieristico. Al suo posto, lo stand è stato occupato da Xiaomi. All’ingresso della fiera capeggiavano striscioni, pubblicità, stand e stendardi di TCL, Ugreen, Dreame. Non che negli anni passati non ci fossero aziende cinesi, ma mai come quest’anno è stato evidente, palese, spudorato il predominio assoluto delle aziende cinesi su quelle di qualsiasi altra provenienza.
E la fiera stessa ha confermato questo trend. Accanto agli stand sempre imponenti dei grandi nomi del settore come Bosch, AEG, Miele, Siemens e le altre note, le aziende cinesi riempivano qualsiasi spazio disponibile con ogni tipo di rappresentazione di tecnologia e elettronica possibile: dai power bank agli elettrodomestici per la cura personale, dalla cura della casa ai robot antropomorfi. Fino ad arrivare — finalmente ci siamo arrivati ed è un passaggio particolarmente importante soprattutto perché avviene in Germania — alle automobili, dove Xiaomi ha mostrato i muscoli con tutta la gamma di autovetture che facevano bella mostra di sé ovunque.
Il risultato di tutto ciò è stato la presa di coscienza che ormai, contro la Cina, possiamo fare davvero poco. Il livello tecnologico e qualitativo raggiunto dai prodotti che arrivano da oriente è ormai a un livello tale da pensare che sarà difficile, nel futuro prossimo, riprenderli. E tutto ciò è sorprendente non tanto nella misura in cui raffrontiamo l’evoluzione che ha avuto la Cina con quella Europea. Lo è ancora di più se la confrontiamo con gli Stati Uniti, che a differenza dell’Europa sono partiti da una posizione di assoluto vantaggio, contando su un mercato che investe molto di più e che è cento volte meno “ingessato” di quello Europeo. Insomma, gli Stati Uniti conservano ancora un vantaggio (nemmeno tanto marcato) nel settore dell’intelligenza artificiale, ma per tutto il resto, possiamo tranquillamente affermare che la Cina ha messo la freccia e ha sorpassato a destra qualsiasi altro paese nel mondo.
IFA 2026 è stata la fiera più cinese di sempre. E c’è un motivo
Anche se numeri ufficiali non ne ho rintracciati, diverse testate e siti parlano di un numero che non lascia tanto spazio a dubbi e che non fa che confermare quelle che sono le impressioni di tutti i partecipanti: su 1.900 brand esposti provenienti da 49 paesi diversi, circa 932 aziende erano cinesi. La metà della fiera, dunque, era cinese. La più cinese di sempre.
Ha fatto sicuramente parlare il fatto che Samsung ha abbandonato, per la prima volta dal 1991, la fiera principale per farsi il suo evento lontano dal polo fieristico. D’altronde è un sistema sempre più utilizzato dalle grandi aziende che così facendo non si “mischiano” a mille altre aziende e possono organizzarsi come meglio preferiscono. Lo stesso trend l’abbiamo già visto anche in altre fiere, tra cui il CES di Las Vegas.
Tuttavia, al di là del fatto che Samsung sia stata sostituita in larga misura da Xiaomi — azienda cinese nata con gli smartphone e presto allargatasi a prodotti di qualsiasi genere, non ultime le automobili —, quello che ha fatto veramente rumore è che la stessa Xiaomi abbia sfruttato l’IFA per compiere il passo finale e arrivare in Europa con una bomba totale: Xiaomi Auto ha infatti firmato, nel corso della fiera, lettere di intenti con otto gruppi di concessionari auto tedeschi — nomi grossi, tra cui Emil Frey Germany, Ernst Dello, LUEG Mobility Group, ecc. — in vista dell’ingresso ufficiale nel mercato europeo atteso per il 2027.
Si tratta di una notizia particolarmente significativa per due motivi: primo perché succede in Germania, che è la capitale europea dell’automobile ed è una nazione basata fortemente sul mercato dell’automobile e sul suo indotto. Il secondo particolare significativo è che a preparare questo sbarco non è un marchio cinese a caso: di marchi cinesi ne è già pieno il mercato europeo, ma Xiaomi è particolarmente attesa perché il suo primo modello, la coupé SU7, ha fatto numeri impressionanti fin dall’apertura dei preordini in madre patria. Il motivo di questo successo è facile da comprendere: l’auto è bella esteticamente, con dei riferimenti nemmeno tanto velati alle più belle sportive europee; ben fatta, con prestazioni da urlo e lanciata a un prezzo davvero invitante (in Cina si parlava di un prezzo di ingresso inferiore ai 35.000 dollari, per una coupé sportiva di lusso).

Come riportato da electrive.com, “Xiaomi è attiva come casa automobilistica in Cina solo dalla primavera del 2024. Dopo il lancio della SU7, l’azienda ha ampliato la propria offerta con il SUV elettrico YU7. Secondo l’azienda, da allora sono stati consegnati più di 700.000 veicoli (800.000 a inizio settembre 2026). L’elevata domanda nel mercato interno aveva inizialmente ritardato la precedente espansione internazionale.”.
Non sarà sfuggito ai più che si tratta, manco a farlo apposta, di veicoli elettrici. Tecnologia su cui la Cina sta facendo il buono e cattivo tempo, controllando non solo le materie prime, ma anche i siti dove si producono le batterie e le tecnologie più all’avanguardia per rendere l’occupazione degli accumulatori sempre più ridotto e la densità energetica sempre maggiore, con una conseguente maggiore autonomia delle auto elettriche (si sta già parlando delle prime auto con 1500km di autonomia lanciate nel 2027).
D’altronde, guardando i numeri degli investimenti cinesi sul suolo europeo, si comincia a capire qual è stato il “soft power” esercitato da Pechino in tutti questi anni nel nostro continente. Il think tank tedesco MERICS, insieme a Rhodium Group, ha calcolato che gli investimenti diretti cinesi nell’Unione Europea (compreso il Regno Unito) sono arrivati a 16,8 miliardi di euro nel 2025, in crescita del 67% rispetto ai 10,1 miliardi del 2024 — il livello più alto dal 2018, secondo anno di crescita consecutivo. Germania e Francia insieme sono passate dal 15% al 27% di quota su questo totale di investimenti, con la Germania a 2,5 miliardi di euro (+150%) e la Francia a 1,9 miliardi (+280%).
Quasi la metà di questa montagna di denaro— il 45%, pari a 7,6 miliardi di euro — è finita, nemmeno a farlo apposta, nella filiera dei veicoli elettrici, gli stabilimenti per batterie di CATL in Spagna (4,1 miliardi di euro in joint venture con Stellantis a Saragozza, con produzione attesa già fine 2026), CALB in Portogallo (2 miliardi) e Gotion in Slovacchia (intorno a 1,2–1,23 miliardi di euro, con aiuti di Stato slovacchi di circa 214 milioni) sono gli esempi più importanti.
È l’Europa che fa? Non si era parlato di dazi?
Leggendo tutto questo, a qualcuno potrebbe venire in mente di domandarsi cosa stia facendo l’Europa per difendere il proprio mercato e le proprie aziende manifatturiere. Questo è in effetti l’altro lato interessante della questione, perché l’Europa una mossa l’ha fatta, ed è anche importante.
In particolare, sulle auto elettriche, la Commissione europea ha concluso il 29 ottobre 2024 un’inchiesta sulle sovvenzioni statali cinesi, imponendo dazi compensativi che oscillano tra il 7,8% e il 35,3% sui veicoli elettrici importati dalla Cina. Si tratta di dazi tuttora pienamente in vigore (Commissione europea), anche se dal 12 gennaio 2026 Bruxelles ha aperto alla possibilità che i produttori cinesi si impegnino con un prezzo minimo come alternativa ai dazi, un’alternativa che sicuramente verrà sfruttata dai produttori cinesi. E forse, questa che raccontiamo, è proprio la prima conseguenza. Xiaomi Auto sta cercando di entrare in Germania, per ora, con delle semplici lettere di intenti. L’Europa ha fatto il muso duro, ma loro ci hanno fatto un sorrisone e si sono seduti al tavolo delle trattative con la valigetta piena di soldi.
C’è poi un altro fatto che potrebbe spiegare come mai la Cina abbia improvvisamente rivolto tutto il suo interesse verso l’Europa. Il 28 luglio 2026 la Federal Communications Commission statunitense ha vietato i nuovi dispositivi robotici “prodotti all’estero” — cioè con meno del 65% (sarà il 75% dal 2029) di componenti made in USA — citando rischi di sicurezza nazionale legati a sensori e connettività.
Il provvedimento riguarda solo gli Stati Uniti e solo i modelli nuovi, quindi non tocca i dispositivi già venduti. Tuttavia, è facile ipotizzare come questo fatto possa aver spinto aziende come Roborock, Ecovacs e Dreame a puntare più forte sull’Europa, che d’altronde è un mercato enorme e ricco (anche di più di quello statunitense). E quale migliore palco dell’IFA per concentrare tutta la potenza di fuoco disponibile e stringere patti commerciali? D’altronde funziona sempre così: la chiusura di un mercato spinge quasi sempre a cercarne un altro.
Quindi, la Cina ha vinto?
Anche se non si tratta propriamente di una gara, certamente la Cina ha staccato tutti per distanza. Oggi domina praticamente tutti i settori, perlomeno quelli tecnologici e quelli indispensabili per le economie più sviluppate del mondo. Le auto non monteranno sistemi evoluti come quelli di Tesla, ma stanno migliorando a una velocità che negli Stati Uniti si sognano e con numeri al cui confronto quelli dell’azienda di Musk sembrano persino modesti. E non dimentichiamoci che, sulle batterie, la Cina è imbattibile sia per qualità che per la ricerca di nuove soluzioni.
L’intelligenza artificiale non sarà ai livelli degli ultimi modelli di OpenAI e Anthropic, ma ci si avvicina moltissimo e soprattutto raggiunge risultati molto simili consumando molto meno. È vero, c’è ancora un gap evidente dal punto di vista del design: difficilmente riusciranno nel breve periodo a disegnare qualcosa di originale che sia paragonabile a una Ferrari (sì, compresa la Luce) o a un’Audi, ma anche lì: è davvero così importante avere una linea originale quando il prezzo è così inferiore e la qualità complessiva simile, se non superiore?
Tuttavia, se c’è una partita, di certo non è ancora chiusa. La partita si può dire ancora aperta su più tavoli insieme: un ingresso nell’automotive fatto per ora soltanto di lettere di intenti non vincolanti, un regime di dazi europeo piuttosto severo e ancora pienamente in vigore, mentre gli investimenti già avviati toccano un record, il flusso di nuovi annunci rallenta. Tutti segnali del fatto che c’è ancora tanto da fare.
Più che una resa totale, quindi, quello che i dati mostrano è un’Europa che sta cercando di prendere tempo con gli strumenti che ha — dazi, rispetto degli standard tecnici e un mercato ancora abbastanza attrattivo da poter dettare condizioni — mentre decide cosa fare, un settore alla volta, e quanto di questa partita vuole ancora giocare da protagonista. E poi, il fatto che la Cina sia così presente sul mercato europeo, non è per forza un male.
Ma poi, se la Cina vince, è davvero un male?
E qui arriva la domanda che forse vale la pena farsi prima di continuare a preoccuparci del titolo di questa Insalata. Ammettiamo pure, per un momento, che la Cina stia davvero vincendo la partita dell’elettronica di consumo, delle batterie, della robotica domestica in Europa. Insomma, in parole povere, della tecnologia e dei prodotti tecnologici in genere. È necessariamente una brutta notizia?
C’è un modo di guardare a tutti questi numeri — 16,8 miliardi di euro di investimenti diretti, stabilimenti per batterie in Spagna, Portogallo e Slovacchia, quasi la metà di un padiglione fieristico berlinese — che li fa apparire non come un’invasione, ma come una catena di dipendenze reciproche. Un’azienda cinese che ha appena messo 2,1 miliardi di euro in uno stabilimento di batterie in Spagna, o che sta cercando faticosamente di costruire una rete di concessionari in Germania con lettere di intenti non vincolanti, ha tutto l’interesse a che quello stabilimento continui a funzionare e che quei concessionari continuino a vendere. In altre parole: che quel mercato europeo resti aperto e prevedibile. Lo stesso vale, con proporzioni ben più grandi, per un intero settore industriale — quello dell’elettronica di consumo e dei veicoli elettrici — che dipende dalle esportazioni verso l’Europa in una misura che nessuno, a Pechino, ha interesse a mettere a rischio.
Non è un’osservazione banale e risponde alla promessa che anni fa fece la globalizzazione: se il mondo è fortemente interconnesso e interdipendente, non si rischieranno più guerre perché gli interesse economici e commerciali predomineranno. E in questo caso vale lo stesso principio: più un paese si lega economicamente a un altro attraverso stabilimenti, reti di vendita e miliardi di investimenti diretti, più diventa costoso — per entrambi — che quel legame si rompa per una ragione diversa da quella commerciale. In un periodo storico in cui altre alleanze, quelle esplicitamente militari, si stanno saldando tra paesi che di pericoloso hanno molto di più di un robot aspirapolvere, forse una Cina che ha bisogno dell’Europa come cliente — e non (solo) come avversario da contenere — è una forma di dipendenza con cui si può convivere meglio di altre.
Insomma: la Cina ha ingranato la marcia e accelerato di brutto, lasciando il resto del mondo a vederla allontanarsi sempre più all’orizzonte. Ma per fortuna, i prodotti bisogna anche venderli, oltre che produrli, e da questo punto di vista l’Europa è ancora un boccone prelibato. Tanto più che la distanza impone alla Cina di costruire comunque magazzini e fabbriche anche nel vecchio continente. Certo, il pericolo di diventare una colonia c’è e qui servirà tutta l’abilità delle istituzioni europee per far sì che sia la Cina a diventare un po’ più europea e non l’Europa e diventare un po’ più cinese. Ma per capire che direzione prenderà l’Europa, ahimè, bisognerà attendere i prossimi anni e gli importanti sviluppi politici a cui stiamo assistendo proprio in questi giorni.
Fonti citate
Finance.biggo, IFA 2026 Opens in Berlin…Europe’s Home Appliance Market Becomes a Korea-China Battleground, 30 agosto 2026
TechTimes, IFA Berlin 2026 Opens: Samsung Exits, Xiaomi Moves In, AMD Makes AI Personal, 4 settembre 2026
Cryptopolitan, Unitree and AgiBot headline IFA’s first robot runway as Chinese exhibitors hit 932, settembre 2026
IFA Berlin, pagina comunicati stampa ufficiali, consultata settembre 2026
Electrive, Xiaomi builds dealer network for German market entry, 4 settembre 2026
TechTimes, FCC-Banned Chinese Robot Vacuum Brands Pivot to IFA 2026: EU Buyers Face Same Intel Law Risk, 31 agosto 2026 (per il collegamento interpretativo tra ban USA e presenza a IFA, trattato con cautela nel testo)
Consumer Reports, What the FCC Ban on Foreign-Made Robot Vacuums Means for U.S. Consumers, agosto 2026
MERICS / Rhodium Group, Chinese Investment in Europe Rises to Seven-Year High: Chinese FDI in Europe 2025 Update, 20 maggio 2026
Commissione europea, Direzione Generale Commercio, Commission issues Guidance Document on submission of price undertaking offers for battery electric vehicles from China, 12 gennaio 2026
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