Il cibo? Lo facciamo col gas. Che oggi scarseggia.
Lo stretto di Hormuz non è soltanto attraversato da navi petrolifere, ma è in realtà il punto più delicato del pianeta, perché la merce che ci passa serve a produrre energia, cibo e farmaci.
C’è un piccolissimo specchio d’acqua largo più di cinquanta chilometri, stretto tra la penisola arabica e le coste iraniane, attraverso cui passa buona parte di ciò di cui ha bisogno l’uomo per vivere. Non stiamo parlando di merci secondarie, stiamo parlando invece di energia, cibo e farmaci.
Lo stretto di Hormuz è noto come l’arteria di petrolio globale — prima del conflitto vi transitava circa il 20% del greggio mondiale, secondo i dati del Sole 24 Ore. Ma quello che si racconta meno è che dallo stesso corridoio passava anche il 30% e oltre del commercio mondiale di fertilizzanti via mare e ora, quel 30%, rischia di rimanere fermo. Anzi, già lo è.
Per capire perché questo fatto sia grave, bisogna fare un passo indietro. Precisamente agli anni Sessanta, quando il mondo fu “salvato” dalla fame — almeno così ci è stato detto — grazie alla cosiddetta “rivoluzione verde”, che consisteva in nuove varietà di grano e riso ad alta resa, in pesticidi chimici e irrigazione su larga scala. Fu il risultato di un grande piano filantropico (quantomeno questa doveva essere l’idea iniziale) con a capo il genetista americano Norman Borlaug (poi premio Nobel per la pace nel 1970) e sostenuto dalla Rockefeller Foundation negli anni Quaranta e poi dalla Ford Foundation negli anni Settanta. Grazie a questo piano, l’India raddoppiò la produzione di grano in meno di un decennio. Centinaia di milioni di persone sfuggirono alla carestia. Insomma, a detta di tutti, un trionfo.
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Il problema però c’era, e stava nella dipendenza di questo modello da alcuni elementi chimici necessari. Quelle varietà di grano (e altre coltivazioni ad alta resa) non funzionano senza apporti massicci e continui di fertilizzanti industriali a base di azoto. Come urea e nitrato di ammonio, per esempio. E quei fertilizzanti si producono principalmente — indovinate un po’ — tramite gas naturale. Come spiega bene Adam Hanieh, docente al Middle East Institute della SOAS di Londra, nell’articolo di copertina di Internazionale del 24 aprile 2026 da cui ho preso liberamente spunto, la rivoluzione verde ha incatenato l’agricoltura mondiale alla fornitura di idrocarburi in costante crescita. Di fatto, quindi, il mondo dipende dagli idrocarburi non soltanto per la produzione di energia, ma anche per la produzione di cibo. E di entrambe le catene il centro nevralgico è il Golfo Persico.
Ci eravamo forse illusi che il nostro legame con i combustibili fossili riguardasse soltanto la produzione di energia. E invece scopriamo (in realtà non oggi) che la nostra dipendenza si allarga moltissimo. E se per l’energia qualcosa stiamo facendo — quantomeno abbiamo un piano — per la produzione di cibo siamo invece in alto mare. E dipendiamo da una regione che è tutto fuorché stabile. Quindi, oltre ad affidarci completamente agli idrocarburi, l’abbiamo anche fatto affidando quanto di più prezioso possiamo avere a una regione instabile e che per di più decidiamo di bombardare deliberatamente. Se non è un capolavoro questo, poco ci manca.
Quando il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran — aprendo quella che il Fondo Monetario Internazionale ha definito la potenziale “peggiore crisi energetica della storia recente” — hanno bloccato insieme petrolio e pane. Energia e alimenti di base. Ma purtroppo, non si sono limitati a questi. C’è un terzo elemento che questo blocco mette in difficoltà e non è meno importante. Com’è stato possibile tutto ciò? Ne parliamo tra poco.
La situazione dei fertilizzanti e il collo di bottiglia di Hormuz
Dal Qatar e dall’Iran proviene il 45% della produzione mondiale di urea derivata dal gas naturale. Ad oggi, circa un terzo del commercio mondiale di urea è fermo. Fermo, non rallentato. Hanno sospeso o ridotto la produzione gli impianti negli Emirati Arabi Uniti, in Arabia Saudita, Iran, Giordania e Qatar. La FAO parla di rischi paragonabili all’epoca Covid. Solo che questa volta ce la siamo andati a cercare.
Reuters ha riferito che circa 1,9 milioni di tonnellate di fertilizzanti sono rimaste bloccate. Quante sono 1,9 milioni di tonnellate? Sono il 12% dei volumi transitati attraverso Hormuz in tutto il 2024. Questo significa una cosa molto semplice, cioè che alcuni impianti sono stati fermati. Il Qatar infatti ha dovuto fermare la produzione del più grande impianto singolo di urea al mondo dopo le interruzioni delle forniture di gas, come spiega bene Focus America.

Il problema grosso è che ogni volta in cui un pezzettino di questa filiera si blocca, la ripresa non è né automatica, né scontata. E le conseguenze si continuano a propagare negli anni successivi. Insomma: ormai il danno è fatto e anche se il blocco dovesse risolversi domani, le conseguenze di questa interruzione del flusso le pagheremo per i prossimi anni, se non decenni.
La FAO ha calcolato che il rallentamento nelle spedizioni potrebbe causare una carenza pari a 3 milioni di tonnellate al mese con effetti fortemente negativi su tutto il comparto agroalimentare. Le conseguenze principali le vedremo chiaramente sui prezzi: sempre la FAO prevede che i prezzi globali dei fertilizzanti possano aumentare in media del 15-20% nella prima metà del 2026.
Oltretutto, a peggiorare il panorama, ci si mette il periodo dell’anno. I coltivatori infatti ordinano i fertilizzanti a marzo per poi spargerli nei campi tra aprile e maggio. Chi non riesce a comprarlo adesso, o non può permetterselo, dovrà ridurre le semine o rinunciare a certi tipi di raccolto. Come nota la Banca Mondiale, i prezzi dell’urea sono aumentati di quasi il 46% su base mensile a causa del conflitto in Medio Oriente. Secondo dati dall’ICIS citati dal New York Times, il prezzo dell’urea è aumentato del 50% nelle prime settimane del conflitto, mentre quello dell’ammoniaca è salito del 20%.
In tutto questo bisogna aggiungere che altri due paesi produttori di fertilizzanti hanno potuto contribuire poco: la Russia, altro importante produttore di fertilizzanti, ha subito importanti attacchi con droni alle sue fabbriche e ai suoi porti come conseguenza della guerra d’invasione mossa contro l’Ucraina. E la Cina, terzo importante produttore mondiale, ha deciso di farne scorte interne e di limitare le esportazioni. La rete di sicurezza globale, semplicemente, non esiste più.
Chi paga veramente il conto
Volendo guardare solamente ai nostri interessi diretti, bisogna dire che il rischio di pagare il conto di questo blocco, l’Europa, non lo corre quasi per niente. La FAO segnala infatti che le regioni più colpite includono India, Bangladesh, Sri Lanka, Egitto, Sudan e diverse aree dell’Africa subsahariana, dove si registrano costi elevati, minore disponibilità e una crescente insicurezza alimentare.
Il Bangladesh è un caso emblematico: rischia di fronteggiare costi insostenibili per garantire i prodotti necessari alla semina e non perdere il raccolto, che è fondamentale per un paese da 175 milioni di abitanti. Un Paese del genere non ha riserve strategiche né accesso facilitato ai mercati alternativi.
Come ricorda il Carnegie Endowment for International Peace, di fronte ai prezzi alti, saranno i paesi poveri a ridurre l’impiego di fertilizzanti, con raccolti scarsi e rischio di carestia nei prossimi mesi. A tutto questo c’è da aggiungere un altro atto scellerato da parte degli Stati Uniti, che peggiora in quadro in maniera sostanziale: lo smantellamento di USAID, ovvero della rete di sicurezza per le popolazioni in difficoltà che gli Stati Uniti sostenevano fino all’insediamento di Trump. Trump che, in un colpo solo, non solo ha messo in pericolo le catene di fornitura mondiali di energia e cibo, ma ha anche azzerano la rete di aiuti a sostegno delle popolazioni più deboli. Qualcuno, senza sbagliarsi più di tanto, ci vedrebbe un disegno diabolico.
Il Bangladesh non è però l’unico paese in pericolo. Il Sudan, già devastato da tre anni di guerra civile, è forse il caso più estremo. Come scrive Hanieh su Internazionale, un rapporto dell’ONU per i rifugiati ha rilevato che nel 2024 il Sudan ha importato il 54% dei fertilizzanti via mare dalla regione del Golfo. Lo Yemen, già in una situazione di emergenza umanitaria cronica, vede oltre 17 milioni di persone versare in uno stato di insicurezza alimentare elevatissima.
Anche gli stessi paesi del Golfo non sono immuni alla crisi. Secondo l’Organizzazione Mondiale del Commercio, anche gli Stati del Golfo Persico, data la loro elevata dipendenza dalle importazioni di prodotti come riso, mais, soia e olio vegetale, potrebbero trovarsi ad affrontare condizioni di carenza alimentare.
La ricerca di Alpine Macro, citata dall’analisi UNINT sul New York Times, indica che gran parte del’Asia è sensibilmente esposta alle carenze di approvvigionamento, in particolare l’India e la Thailandia. L’India non solo consuma fertilizzanti ma, come altri grandi produttori, li fabbrica usando gas naturale proveniente dal Medio Oriente: un corto circuito che nessun piano d’emergenza aveva previsto con sufficiente anticipo.
Non vi sarà sfuggito un dettaglio dopo aver letto tutto ciò: il peggioramento delle condizioni di fame e carestie, sommate all’instabilità politica di molti paesi di Africa e Medio Oriente, non potrà che aumentare i flussi di persone che, scappando da tutto ciò, cercheranno rifugio in un’Europa ormai inospitale e disumanamente chiusa al soccorso internazionale.
L’Europa, in tutto questo, è al sicuro?
L’Europa guarda a questa crisi ancora da lontano, almeno per la stagione in corso. Visto l’elevato livello di produzione europea, che copre circa il 70% della domanda, noi europei, almeno per quest’anno, non dovremo porci grandi problemi di approvvigionamento. Ma questa rassicurazione ha una scadenza a breve termine. Gli analisti osservano che la stretta sui fertilizzanti spingerà probabilmente i prezzi alimentari ben oltre i livelli attuali. Per molte economie emergenti, già alle prese con un’elevata inflazione, questi sviluppi potrebbero imporre un irrigidimento della politica monetaria.
Se si guarda al problema dai due fronti coinvolti — aumento del costo dei carburanti e quindi del costo di trasporto della merce da una parte, aumento del prezzo dei fertilizzanti e quindi dei beni alimentari di base dall’altra — il risultato non può che essere qualcosa che abbiamo imparato a conoscere molto bene nel periodo appena passato: l’inflazione.
In Italia gli effetti si vedono già sull’agricoltura. Cristiano Fini, presidente della CIA-Agricoltori Italiani, intervistato da Fanpage.it, descrive come il gasolio agricolo sia raddoppiato in meno di 60 giorni e i fertilizzanti diventati merce rara e costosissima. Il paradosso, sottolinea, è che i prezzi corrisposti agli agricoltori non aumentano, mentre il carrello della spese dei consumatori cresci ogni settimana.

C’è però un secondo fronte aperto, ne accennavamo all’inizio, che è ancora più sottovalutato: quello dei farmaci. L’80% dei principi attivi utilizzati nei medicinali europei viene prodotto in India e Cina. Una quota significativa di quella produzione transita per Hormuz o dipende da gas naturale del Golfo. Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, ha avvertito che la guerra in Iran sta determinando «il terzo shock in 4 anni, dopo l’Ucraina e la crisi del mar Rosso, che colpisce simultaneamente logistica, energia e i costi di di tutti i fattori di produzione», con proiezioni di aumenti totali di oltre il 20%.
Le prime tensioni si avvertono già sulla filiera dei farmaci equivalenti. Riccardo Zagaria, presidente di Egualia, ha dichiarato: «Al momento le aziende produttrici di farmaci equivalenti hanno ancora 2-4 mesi di stock di prodotti finiti, che però si stanno riducendo. Se la situazione non migliorerà, possiamo aspettarci le prime tensioni sulla disponibilità dei medicinali da fine giugno.» Non stiamo parlando di farmaci rari: tra quelli a rischio figurano farmaci di uso quotidiano come paracetamolo, antibiotici, farmaci per la terapia del diabete e persino terapie oncologiche, la cui produzione dipende in larga misura da precursori di origine petrolchimica provenienti dall’area del Golfo.
La crisi rivela, ancora una volta, la stessa architettura fragile già emersa con il Covid: la delocalizzazione estrema di beni essenziali. Come osserva Armando Genazzani, presidente della Società Italiana di Farmacologia, «la delocalizzazione estrema di beni essenziali come i farmaci può avere un costo sanitario e strategico molto alto.»
La crisi che dovrà affrontare il prossimo governo
La situazione dunque è preoccupante, sotto diversi punti di vista. Se durante la pandemia, di fronte a un nemico comune, molti paesi hanno collaborato affinché si arrivasse a produrre un vaccino e a renderlo disponibile anche per i paesi più poveri, questa volte ci troviamo di fronte a una minaccia che ci siamo auto imposti. Tutto è nato da un conflitto che, come tale, impedisce la collaborazione spontanea tra economie e paesi. Se gli Stati Uniti non sembrano preoccuparsi nemmeno delle conseguenze che li sta colpendo direttamente sul fronte interno, è evidente come una soluzione al problema non sarà né facile, né vicina.
Anche perché, come detto, se anche i flussi che transitano dallo stretto di Hormuz dovessero essere sbloccati domani, il blocco avrà comunque causato dei danni semi-permanenti sugli impianti di produzione che nel frattempo sono stati spenti. Dunque ci si prospetta un altro periodo, un lungo periodo, di carenza di beni primari. Tutto ciò avrà delle conseguenze precise almeno nei prossimi cinque anni: aumento del costo dei carburanti significa anche aumento del costo del trasporto delle merci. L’aumento del costo dei fertilizzanti causerà un aumento del costo degli alimenti di base come pasta, riso, mais. Tutto ciò, come abbiamo scritto poco fa, non potrà che prodursi in un’inflazione che non si mai realmente placata del tutto.
E se pensiamo alle sfide che la politica dovrà affrontare nel prossimo quinquennio, che ricordiamo in Italia vedrà un nuovo esecutivo al governo, dobbiamo necessariamente aspettarci anche un aumento dei flussi di migranti provenienti dai paesi più colpiti da questa crisi, cioè Bangladesh e paesi della fascia subsahariana.
Chiudo quindi con una domanda aperta che, sebbene lasci ben poca speranza nel prossimo futuro, è bene porsi già da ora: se i cinque anni passati per l’Italia hanno brillato ben poco sul fronte delle riforme e del miglioramento dei servizi fondamentali (lavoro, istruzione, pensioni, salute) pur avendo a disposizione un enorme pozzo di denaro europeo da spendere, ovvero il PNRR, come se la caverà il prossimo governo alle prese con un’inflazione tornata a salire, una crescita pressoché orbitante intorno allo zero virgola, a flussi migratori crescenti e a un contesto internazionale reso fortemente instabile (che è chiaramente un eufemismo) da altri due anni di Trump al potere?
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