ANNNUCIO IMPORTANTE
In tanti, nel rispondere al sondaggio, mi avete scritto che vi manca il podcast. Ma il podcast c’è! E la seconda stagione è già alla puntata 21! Lo trovate qui:
Lo so, nonostante in molti, rispondendo al sondaggio che ho inviato agli iscritti la scorsa settimana, hanno detto che uno degli ostacoli alla lettura di Insalata Mista è proprio la lunghezza, questa uscita è lunga, anzi lunghissima. Ma il tema lo richiedeva, anche perché si pone l’ambizioso obiettivo di rispondere a una domanda importante che ognuno di noi si è fatto almeno una volta: ogni quanto tempo devo cambiare smartphone (che tra l’altro è una delle vecchie insalate più lette di sempre)? Quanto mi durerà? È vero che se spendo di più poi mi durerà di più? E i ricondizionati?
Già, il sondaggio: ho deciso che vi darò qualche dato al termine del podcast, perché il risultato è stato sorprendente! E di questo vi ringrazio perché niente, come rendermi conto che dietro ai freddi numeri delle aperture ci sono persone reali, mi ha dato la forza di andare avanti. Chi scrive lo sa: ci si mette tempo, impegno, fatica e poi l’unica cosa che torna indietro sono dei numerini che però dicono poco su chi legge. Anzi, il più delle volte nemmeno si riesce a credere che lì dietro si nascondano delle persone reali. Invece leggere le 170 risposte e i 60 commenti è stato davvero emozionante e di questo vi ringrazio.
Un’ultima cosa sulla lunghezza di questa Insalata: se preferite, spezzettatene la lettura, l’ho paragrafata più del solito proprio a questo scopo. Basta leggerne un capitoletto al giorno. Vi assicuro però che il tema è davvero interessante e sfaccettato e ogni lato della questione meritava di essere trattato approfonditamente. Dove finiscono i dispositivi elettronici che non usiamo più, dove vengono “scaricati” e recuperati. Quando inquina lo smaltimento in Africa, quanto inquina invece comprare uno smartphone nuovo e quanto un ricondizionato. Sono tutte domande a cui ho risposto qui. Alla fine vi consiglio anche uno smartphone che, secondo me, è uno dei migliori sotto il profilo dell’inquinamento, della riparabilità e del costo. Quindi portate pazienza, spero che vi risulterà interessante come è stato interessante per me scriverla.
Buona lettura!
Facciamo un esperimento: apriamo il cassetto della scrivania. C’è uno smartphone? Un tablet? Un dispositivo elettronico che non utilizzate più? Se la risposta è affermativa, come penso, probabilmente questa Insalata Mista non vi lascerà indifferenti. Se siete come me, avrete un vecchio telefono che “tengo come muletto”, oppure quello con lo schermo rotto che “prima o poi faccio riparare”, oppure quello di cui non ricordate il PIN che deve essere ripristinato. Ecco, sappiate che non siamo da soli.
Secondo l’istituto statistico francese INSEE (la loro ISTAT), quando cambiano smartphone o smettono di usarlo, il 56% dei francesi tiene il vecchio apparecchio in casa senza usarlo; solo il 3% lo vende o lo regala. Appena l’8% invece lo porta a riciclare (INSEE, 2025). In Italia non esiste un dato altrettanto preciso, ma in un’indagine del WEEE Forum, condotta su quasi novemila famiglie europee, Italia compresa, si legge che nel nostro paese il 29% dei piccoli elettrodomestici, cioè portatili e tablet presenti in casa, risulta “accantonato”, la quota più alta tra i paesi analizzati.
Ho visto recentemente un video su YouTube realizzato da Refurbed (ve lo metto qui sotto), che è un’azienda che si occupa di ricondizionare e vendere i dispositivi, ambientato ad Accra, in Ghana, conosciuta anche come la “discarica dell’Europa” per tutto quello che riguarda i rifiuti elettronici. Guardatelo, è davvero interessante. Anche se, me ne sono accorto dopo facendo questa ricerca, un po’ impreciso e anche un tantino sbilanciato. Meno male che c’è Insalata Mista.
La storia del Ghana come “discarica d’Europa” è vera solo in parte. E oggi faremo il percorso al contrario: partiremo da lì, capiremo perché proprio il Ghana è diventato il simbolo mondiale dei nostri rifiuti elettronici, e poi torneremo qui, davanti al cassetto, per farci le domande che contano più di tutte: quanto poco usiamo il telefono prima di buttarlo? Cosa cambia se lo tenessimo un anno in più? Se cambiamo la batteria invece dell’intero telefono? E se ne compro uno ricondizionato? E spendere di più per un top di gamma serve davvero a farlo durare di più?
Continuate a leggere per avere le risposte.
Come il Ghana è diventato “la discarica del mondo”
Ho accennato prima al deposito dei nostri rifiuti elettronici e al fatto che, universalmente, riconosciamo al Ghana questo ruolo. Ma come ci siamo arrivati? Che ci crediate o meno c’entra l’Italia, il nostro piccolo paese che però, nelle cose importanti che hanno condizionato il mondo, in qualche modo c’è sempre entrata.
Prima dei computer e degli smartphone, c’erano i rifiuti tossici
Nel maggio del 1988 le autorità nigeriane trovarono oltre duemila fusti di rifiuti tossici pericolosi nel piccolo villaggio di pescatori di Koko, sul delta del Niger. I rifiuti appartenevano alle compagnie petrolifere italiane Kelly Way ed Ecomar (con sede a Milano e Verona) e furono trasportati in Nigeria da un’altra ditta italiana. I barili contenevano un combustibile produttore di diossina noto come policlorobifenile (PCB), nonché dimetile, fibre di formaldeide e amianto. Il tutto conservato in barili corrosi nel cortile di un ignaro contadino. Presto questi barili presero a contaminare terreni e falde acquifere, provocando gravi malanni nel villaggio.
Il fatto diventò un caso diplomatico: la Nigeria richiamò il proprio ambasciatore a Roma e sequestrò un mercantile italiano per costringere l’Italia a riprendersi i rifiuti, cosa che poi avvenne con un trasporto fatto su due navi che vennero ribattezzate “navi dei veleni”. Il caso Koko, insieme ad altri simili, è considerato uno dei fatti che portarono alla firma, il 22 marzo 1989, della Convenzione di Basilea sui movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi, che però entrò in vigore soltanto a maggio 1992. Il messaggio fu preciso: i paesi ricchi non potevano più usare l’Africa come pattumiera dei proprio rifiuti velenosi.
Da rifiuto a bene “usato”, la differenza si assottiglia
La Convenzione di Basilea però vieta di esportare rifiuti, non merci usate. E di merci usate di tipo elettronico come televisori o telefoni ancora funzionanti, in Africa, tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, c’era un gran bisogno. Ovviamente qualcuno deve averci visto un’opportunità: nell’ottobre 2005 la Basel Action Network, una ONG statunitense, ha pubblicato un’indagine intitolata The Digital Dump, in cui si dice che al porto di Lagos, sempre in Nigeria, arrivavano, secondo le stime, circa 500 container al mese di apparecchi elettronici usati. Secondo gli operatori locali citati nel rapporto però, fino al 75% di quella merce era in realtà irreparabile, quindi un rifiuto. L’accusa della ONG era dunque precisa: le buone intenzioni di “colmare il digital divide” erano in realtà una copertura per un flusso di rifiuti spediti come merce usata per evitare i costi di smaltimento.
Ghana: il grande riciclatore africano
Nel 2008 Greenpeace analizzò campioni prelevati in due siti di riciclo informale ad Agbogbloshie (fate sempre riferimento al video di YouTube di cui parlavo nell’introduzione, dove si vede proprio questo posto), nel centro di Accra, e a Koforidua. In alcuni il piombo superatva fino a cento volte i livelli dei terreni non contaminati e l’organizzazione denunciò container di computer e televisori rotti arrivati dalla Germania, dalla Corea, dalla Svizzera e dai Paesi Bassi sotto falsa etichetta di beni di seconda mano.
Da allora conosciamo molto bene le immagini dei ragazzi che bruciano cavi nel fumo nero di Agbogbloshie per ricavarne velocemente i più comuni metalli e leghe contenuti. Ma Agbogbloshie non nasce come discarica elettronica. L’area, alla vigilia dell’indipendenza nel 1956, era stata destinata a uso industriale misto; negli anni Novanta ha accolto ondate di migranti spinti verso Accra da conflitti e povertà nel resto del paese, ed è stata oggetto di diversi sgomberi nel 1993 e nel 2002. Come ha osservato Africa is a Country, la parte di Agbogbloshie dove si smontava l’elettronica era in realtà un deposito di rottami metallici, accanto a un mercato ortofrutticolo, a uno slum e a una discarica di rifiuti domestici.
Il Ghana è diventato negli anni il grande riciclatore di elettronica perché mette insieme diverse caratteristiche favorevoli: innanzitutto un porto come Tema, ben collegato all’Europa; una domanda reale e forte di tecnologia usata e a buon mercato; una tradizione diffusa e insospettabile di riparatori di elettronica; un settore informale che recupera i metalli nel modo più rapido ed economico, anche se meno salutare, cioè bruciando; infine una zona normativa grigia tra “usato” e “rifiuto” che rende conveniente spedire anche ciò che non funziona. A tutto questo si sono aggiunte, a partire dalla seconda metà degli anni Duemila, inchieste e fotografie così potenti da trasformare un deposito di rottami in un’icona globale.

Come fanno arrivare i rifiuti illegali in Africa
Quindi sì, i nostri rifiuti li mandiamo per la maggior parte in Africa occidentale, lo sappiamo con una certa precisione. Ma di che tipo di rifiuti si tratta? Sono ancora in larga parte rifiuti o sono effettivamente dispositivi riutilizzabili?
Il dato più importante sul Ghana arriva dal programma E-waste Africa della Convenzione di Basilea riferito al periodo 2009-2011, in cui si dice che il 70% delle apparecchiature importante era usato e di queste il 30% non funzionava all’arrivo, ma metà veniva riparato e rivenduto. Nello studio si stima che nei cinque paesi dell’Africa occidentale analizzati, tra il 50% e l’85% dei rifiuti elettronici derivasse dal consumo locale di apparecchi usati per diversi anni prima di rompersi. Si tratta comunque di dati vecchi di più di quindici anni, quindi vanno presi un po’ con le pinze.
Un altro studio da prendere in considerazione è Person in the Port, condotto dall’Università delle Nazioni Unite e dal Centro regionale africano sempre della Convenzione di Basilea nei due porti di Lagos nel 2015-2016. La Nigeria è il paese vicino al Ghana e con il mercato dell’usato più grande della regione. Nel periodo analizzato arrivavano circa 60.000 tonnellate di apparecchi elettronici usati. Di queste, circa 41.500 tonnellate (il 70% abbondante) non viaggiavano in container dedicati, bensì stipate dentro le auto usate destinate al mercato nigeriano, spedite su navi traghetto ro-ro (“Ro-ro” sta per roll-on/roll-off. Sono navi in cui il carico sale e scende su ruote, attraverso grandi rampe a poppa o sul fianco). Nello scenario più prudente, almeno 15.600 tonnellate l’anno erano di dispositivi non funzionanti e questo, come ricordano gli autori, è illegale secondo la stessa Convenzione di Basilea. Il dato ancora più interessante è che secondo la sintesi pubblicata da Resource Recycling, il 77% di quelle importazioni partiva da paesi dell’Unione europea.
Quindi emergono due cose importanti: la prima è che una parte consistente di quello che spediamo in Africa è un rifiuto travestito da usato e passa dai porti europei, dai nostri porti. Un’indagine realizzata nel 2019 con localizzatori GPS ha mostrato che gli apparecchi consegnati in centri di raccolta europei, compresa l’Italia, finivano illegalmente in paesi come Ghana e Nigeria.
La seconda è che quando i dispositivi effettivamente arrivano funzionanti o quantomeno riparabili, poi vengono riparati e utilizzati a lungo, diventando rifiuto lì, ma dopo diversi anni. In ogni caso, il conto lo paga sempre chi smonta e brucia senza protezioni. Ricordiamo infatti che l’Organizzazione mondiale della sanità collega l’esposizione al riciclo informale a esiti negativi alla nascita, problemi dello sviluppo neurologico, danni al DNA e un maggior rischio di malattie croniche, a cui sono esposti maggiormente i bambini.
Dal 1° gennaio 2025, è bene sottolinearlo, l’Unione europea vieta l’esportazione di qualunque rifiuto elettronico verso i paesi non OCSE come il Ghana. Ma, di nuovo, parliamo di rifiuto. Se invece si tratta di un rifiuto mascherato da usato, magari nascosto nel bagagliaio di un’auto, è difficile coglierne la differenza.
Dove finiscono i rifiuti che smaltiamo in Italia?
In Italia i rifiuti elettronici domestici vengono suddivisi in cinque raggruppamenti (Università di Padova):
Freddo e clima (R1);
grandi “bianchi” come lavatrici e forni (R2);
TV e monitor (R3);
piccoli elettrodomestici ed elettronica di consumo — dove finiscono anche smartphone, tablet e portatili — (R4);
sorgenti luminose (R5).
Nel 2025 sono stati avviati al riciclo 366.891 tonnellate di RAEE domestici, cioè il 2,4% in più rispetto al 2024, cioè 6,22 kg per abitante. Però il tasso di raccolta italiano si ferma al 32,5%, mentre l’obiettivo europeo è del 65%. Dove finisce tutto il resto?
Il resto dei rifiuti elettronici finisce nel cassetto, oppure in un posto sbagliato, oppure ancora in canali che non possono essere monitorati. È un peccato perché in Italia, smaltire correttamente un dispositivo elettronico, è molto facile: dal 22 luglio 2016, con il cosiddetto decreto “uno contro zero”, tutti i negozi di elettronica con almeno 400 metri quadrati di superficie di vendita sono obbligati a ritirare gratuitamente i dispositivi RAEE più piccoli di 25 centimetri senza obbligo di acquisto. Quindi potete andare comodamente in qualsiasi negozio della grande distribuzione e lasciargli il vostro smartphone senza comprarne un altro.
Quanto inquina portare un rifiuto in Africa?
Certo che se uno smartphone correttamente smaltito poi viene caricato su una nave e trasportato in Nigeria, tutto il nostro sforzo di smaltimento corretto se ne va a farsi benedire. Chissà quanto inquinerà quella nave che lo trasporta fino in Africa. Già, quanto?
Una nave portacontainer emette in media circa 16 grammi di CO₂ equivalente per ogni tonnellata trasportata per un chilometro (secondo i fattori di conversione ufficiali pubblicati dal governo britannico per il 2023 UK DESNZ, ripresi dal database Climatiq). La rotta marittima più rapida tra Tema e Anversa misura circa 8.000 chilometri. Un telefono pesa, nella stima INSEE, circa 150 grammi. Quindi, volendo fare un calcolo molto semplice, spedire uno smartphone da Anversa a Tema produce circa 20 grammi di CO₂ equivalente. Se volessimo fare un confronto, secondo le dichiarazioni della stessa Apple, l’intero ciclo di vita di un iPhone 17 da 256 GB vale circa 55 chilogrammi di CO₂ equivalente (di cui il 53% a sua volta per la produzione di energia, va detto). Il viaggio in nave, in confronto, vale appena lo 0,04% dell’impronta che il ciclo di vita del telefono lascia nell’ambiente.
E un oggetto molto più pesante di uno smartphone? Più o meno vale lo stesso discorso: un frigorifero ipotetico da 60 kg, sulla stessa rotta di prima, peserebbe per circa 8 kg di CO₂ equivalente. Se prendessimo tutte le 15.600 tonnellate annue di apparecchi non funzionanti che si stima arrivino in Nigeria, e se arrivassero tutte in container sulla rotta da Anversa, varrebbero circa 2.000 tonnellate di CO₂. Cioè come il ciclo di vita di 36.000 iPhone 17 (circa). Non c’è bisogno che vi dica che di smartphone se ne vendono diverse centinaia di milioni ogni anno, vero? Ecco, fate voi il calcolo.
Cosa ne esce da tutti questi calcoli, quindi? Certamente che il problema climatico dei rifiuti elettronici non è tanto il viaggio, quanto la quantità di rifiuti prodotti e quello che poi succede quando i rifiuti arrivano in Africa: il problema ambientale e sanitario quando i materiali vengono bruciati senza protezioni. In ogni caso, il grosso dell’inquinamento viene prodotto quando il dispositivo viene fabbricato.
Il vero costo è produrre uno smartphone, non ricaricarlo
Ho accennato già che il 53% del totale di CO₂ equivalente prodotta dal ciclo di vita di un iPhone 17 riguarda in realtà l’energia prodotta. Ma quanta di questa energia viene utilizzata durante la sua produzione e quanta per ricaricare il telefono? Abbiamo anche questo dato. Secondo l’INSEE, che ha rielaborato lo studio congiunto dell’agenzia francese per l’ambiente ADME e del regolatore delle telecomunicazioni Arcep, il 97% delle emissioni legate a uno smartphone proviene dalla fabbricazione, che richiede circa 70 materiali diversi e circa 70 chili di materie prime per un oggetto finale di 150 grammi.
In questo caso stiamo parlando di smartphone generici e non più di iPhone. Infatti le stime dei produttori sono meno estreme, ma vanno comunque nella stessa direzione: nel rapporto ambientale di Apple su iPhone 17 che abbiamo citato prima, la produzione (cioè materiali, processi ed elettricità di fabbrica) vale circa tre quarti dell’impronta totale, mentre l’energia utilizzata per ricaricare il telefono si ferma intorno al 18% ipotizzando tre anni di utilizzo. Se avete notato delle ampie differenze tra i due valori, non vi state sbagliando: la differenza tra le due cifre dipende infatti dal mix energetico considerato. In Francia, con l’elettricità in larga parte generata dal nucleare, l’impronta della ricarica pesa pochissimo. Questo perché, lo ribadiamo una volta di più, l’energia nucleare è un’energia pulita.
In ogni caso, il dato davvero interessante è che il conto ambientale si paga quasi tutto il giorno in cui lo smartphone esce dalla fabbrica. Più ne produciamo e più inquiniamo, a prescindere che poi quello smartphone venga utilizzato o meno. Paradossalmente, però, più utilizziamo quello stesso smartphone, più l’inquinamento generato per la sua produzione si spalma sugli anni e dunque, ragionando su un totale di CO₂ per anno, si abbassa la quantità di inquinamento prodotto ogni anno.
Seguitemi: prendiamo i 55 kg dichiarati da Apple per un iPhone 17. Se lo tenessimo due anni, significherebbe circa 27 kg l’anno di CO₂; tre anni? Circa 18; cinque anni la porterebbero a 11. Se lo tenessimo sette anni, arriveremmo a meno di 8 kg (è un calcolo mio, sia chiaro). Se ne deduce una cosa molto semplice: se vogliamo fare davvero del bene all’ambiente, dovremmo cambiare smartphone con meno frequenza. E come si fa? Riparandolo, ovviamente.
Quanto lo teniamo in media, questo benedetto smartphone? Secondo l’ADEME l’88% dei francesi cambia telefono quando quello vecchio funziona ancora. La Commissione europea, nei lavori preparatori del regolamento sull’ecodesign (un termine sul quale torneremo presto), indicava un ciclo medio di sostituzione di due-tre anni.
Quanto pesa ogni anno in più
È sempre bello quando la cosa migliore che si può fare, è fare niente. Ma in che senso? Nel caso dello smartphone, prendendolo sempre a esempio di una vasta categoria di dispositivi elettronici domestici, per inquinare meno basta non far nulla. Quindi non cambiarlo, ma tenerlo un anno in più.
Se prendiamo come riferimento una scala individuale, l’ADEME ha calcolato nel 2020 che conservare un telefono da 5,5 pollici ancora funzionante, invece di sostituirlo, fa risparmiare circa 20 kg di CO₂ equivalente, cioè quanto 70 chilometri percorsi in auto (si tratta sempre di stime, prendetele per quello che sono).
Detto così, ovviamente, può sembrare una goccia nel mare, ma provate a moltiplicarlo su scala europea e vedrete cambiare tutto: secondo uno studio pubblicato nel 2019 dall’European Enviromental Bureau (una rete di associazioni ambientaliste), allungare di un solo anno la vita di tutti gli smartphone dell’Unione europea farebbe risparmiare 2,1 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno entro il 2030, cioè quanto togliere dalla strada circa un milione di auto.
Nello stesso studio, la fabbricazione, la distribuzione e lo smaltimento valgono circa il 72% dell’impronta climatica di uno smartphone con una vita di tre anni. Il ciclo completo di vita degli smartphone europei pesa per circa 14 milioni di tonnellate l’anno. Chiaramente sono studi fatti da associazioni ambientaliste con orizzonti molto ampi, ma l’ordine di grandezza è coerente con i dati dei produttori.
Come si fa a tenere lo smartphone un anno in più?
Per esempio cambiando la batteria, no? Uno dei motivi principali per cui decidiamo di cambiare telefono è proprio quello: la batteria. Il secondo è “diventa lento” e il terzo è “non si aggiorna più”. Il primo e il secondo problema, il più delle volte, dipendono dallo stesso fattore. La batteria infatti può incidere sulle prestazioni del telefono, come dimostrò lo scandalo Batterygate che colpì Apple nel 2017, a seguito del quale venne aggiunta un’opzione nelle impostazioni per permettere al sistema operativo di abbassare le prestazioni al degradare della capacità della batteria. Molti smartphone, ovviamente, fanno lo stesso.
Sulla batteria però c’è una buona notizia: rispetto al telefono intero, la batteria pesa poco in termini ambientali. Secondo un’analisi del Fairphone 3, batteria, fotocamera e schermo valevano ciascuno solo il 5-7% dell’impronta complessiva del telefono (Fairphone è l’azienda che produce smartphone sostenibili, vale la pena dare un’occhiata a tutte le loro storie). Tradotto nell’esempio che stavamo facendo, se la batteria di un telefono da 55 kg pesasse una quota simile, sostituirla costerebbe qualche chilo di CO₂ contro le decine di un telefono nuovo.
Le regole europee si stanno muovendo proprio in questa direzione: dal 20 giugno 2025, tutti gli smartphone immessi sul mercato UE devono avere batterie capaci di reggere almeno 800 cicli di ricarica conservando l’80% della capacità iniziale; devono disporre di ricambi essenziali fino a sette anni dopo la fine delle vendite del modello e devono poter ricevere aggiornamenti del sistema operativo per almeno cinque anni (e qui tocchiamo il terzo punto dell’inizio del capitolo).
Dal 18 febbraio 2027, inoltre, scatta l’articolo 11 del regolamento europeo sulle batterie, che impone in generale batterie portatili rimovibili e sostituibili dall’utente con attrezzi comuni. È grazie a questo regolamento se Apple ha deciso di aprire un sito dedicato alle riparazioni fai da te con annesso negozio per l’acquisto di qualsiasi parte di ricambi. Si può addirittura noleggiare il kit professionale di attrezzi per sostituire la parte e ottenere uno sconto se si restituisce la parte danneggiata. Questo però significa anche che il ritorno dello sportellino rimovibile con la batteria sostituibile togli-e-metti è da escludere completamente.
Per l’Italia però c’è ancora un’altra novità, che però è tale solo perché, ancora una volta, siamo arrivati in ritardo. Con il decreto legislativo 176 del 25 settembre 2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale appena pochi giorni fa, l’Italia ha recepito la direttiva europea sul diritto alla riparazione. In sostanza, per alcuni categorie di prodotti smartphone compresi, il produttore deve garantire la riparazione anche fuori garanzia, a prezzi ragionevoli. E chi sceglie di riparare invece di sostituire ottiene in cambio un anno di garanzia legale in più. Grazie Europa.
Comprare smartphone più costosi significa poterli tenere più a lungo?
È una domanda complicata a cui rispondere. In molti casi può essere così: uno smartphone costruito con materiali di qualità, assemblato meglio e con controlli di qualità più stringenti in fabbrica avrà più probabilità di avere una vita più lunga. Ma poi c’è anche la questione degli aggiornamenti e comunque, si sa, gli smartphone più costosi sono anche acquistati da chi subisce molto il fascino del modello nuovo che uscirà l’anno successivo, e quindi…
Quello che più di tutto determinerà la vita di un telefono è la quantità di aggiornamenti che riceverà, quanto costa ripararlo e quanto cicli di carica reggerà la batteria. Se prendiamo questi tre elementi, le differenze tra fasce di prezzo va via via assottigliandosi. Google garantisce, per esempio, sette anni di aggiornamenti del sistema operativo e di sicurezza su tutti i Pixel a partire dal Pixel 8. Samsung li garantisce dal Galaxy S24 su tutti i modelli di punta (e qui sì che spendere di più significa una vita più lunga), mentre i medi di gamma più recenti, come i Galaxy A56 e A36, ne ricevono sei, comunque non male. Apple non si impegna pubblicamente su un numero preciso di anni, ma storicamente è sempre stata una delle aziende che più delle altre supportano gli smartphone per anni con tutti gli aggiornamenti del sistema operativo.
Dal giugno 2025, come abbiamo visto, nessuno smartphone nuovo venduto in Europa più avere meno di cinque anni di aggiornamenti e meno di 800 cicli di ricarica della batteria garantiti. Lo stesso regolamento che ha introdotto queste garanzie, ha introdotto anche un’etichetta con un punteggio di riparabilità. E lì, più che al prezzo, che bisogna guardare.
E indovinate un po’ quali sono due dei tre smartphone con il miglior punteggio di riparabilità (secondo una classifica di paperjam.lu)? Fairphone 6 e Fairphone 5, ovviamente, che ottengono l’etichetta “A” con un punteggio di 4,77 e 4,37 su 5. Al terzo posto — questo invece stupisce — troviamo il Motorola G56 con 4,02 punti, il che lo fa entrare di diritto nella classe A.
Sul sito officiale di Motorola si trova il nuovo modello, G57, che però riporta anche lui la classe di riparabilità A (etichetta presente sul sito della Commissione europea, la riporto qui sopra). Con un prezzo ufficiale di 299€, questo è lo smartphone che smentisce la teoria secondo cui se spendi di più potrai tenere il telefono più a lungo. Oltretutto, la scheda di questo modello parla di 1000 cicli di ricarica e 7 anni di aggiornamenti garantiti. Se dovessi consigliarvi spassionatamente uno smartphone, tolto il Fairphone che è importante anche per altri motivi, vi consiglierei questo Motorola.
Gli smartphone ricondizionati convengono davvero?
Il ricondizionato è, tra le scelte disponibili, quello con l’impatto maggiore in termini di contenimento dell’inquinamento. Se ci pensate, optare per un ricondizionato (quindi usato) significa produrre uno smartphone in meno. E visto che abbiamo detto che il grosso dell’inquinamento si produce in fabbrica, si fa presto a capire come sia l’opzione di gran lunga preferibile.
Secondo uno studio (ancora una volta) dell’ADEME pubblicato a settembre 2022, comprare uno smarpthone ricondizionato al posto di uno nuovo evita tra il 64% e l’87% dell’impatto ambientale annuo, a seconda della categoria di impatto considerata. L’agenzia ha anche tradotto tutto questo in termini concreti: per ogni anno di utilizzo di uno smartphone ricondizionato si risparmiano 82 kg di materie prime non estratte e 25 kg di gas serra evitati (a me sembrano un po’ tanti, ma ho controllato, lo studio dice così).
Ma c’è un aspetto importante da considerare: la differenza tra l’impatto di un ricondizionato e l’altro dipende da quante parti si sostituiscono nel processo di ricondizionamento: se si sostituisce soltanto la batteria oppure anche lo schermo o la scocca, quanto è voluminoso l’imballo, da dove arriva il dispositivo, ecc. La raccomandazione di ADEME quindi è che il ricondizionamento avvenga alla fine di una prima vita “normale”, cioè di circa tre anni per uno smartphone e che il secondo proprietario lo tenga il più a lungo possibile.
Il ricondizionato funziona, quindi, ma se allunga davvero la vita di un telefono e se non alimenta un mercato dove gli apparecchi girano più in fretta. In Francia, per esempio, il 12% dei possessori di smartphone ne ha già uno ricondizionato, il 20% tra gli Under 30.
Il prossimo smartphone sarà per sempre?
Nulla è per sempre, nemmeno il diamante del famoso spot. Tuttavia, i numeri che abbiamo messo in fila raccontano una storia molto diversa da quella che ci aspettavamo all’inizio. E soprattutto da quello che si poteva pensare sull’argomento. Il problema quindi non è tanto se il nostro vecchio telefono finisca in Ghana o in Nigeria. Abbiamo scoperto che il viaggio in nave in realtà pesa pochi grammi di CO₂ e gran parte di quello che arriva laggiù viene usato, riparato e rivenduto ancora per anni, che è quello che dovremmo fare anche qui in Europa (e in tutto il resto del mondo).
Il problema invece è quanti telefoni fabbrichiamo, quanto poco li utilizziamo prima di cambiarli e quanti ne teniamo nel cassetto senza smaltirli correttamente. Ogni telefono nuovo porta con sé decine di chili di CO₂ e di materie prime estratte dall’altra parte del mondo; ogni telefono che non diventa rifiuto in Europa, e nemmeno in Ghana, è un telefono che non dobbiamo produrre.
Cosa possiamo fare concretamente per evitare di generare altri rifiuti e aumentare il nostro impatto sull’ambiente? Dopo tutto quello che abbiamo detto, diventa facile fare un elenco:
Tenere il telefono che abbiamo. È il gesto più semplice e, per ogni anno in più, quello che ottiene il maggior impatto: la quasi totalità dell’impronta è già stata “spesa” in fabbrica.
Cambiare la batteria, non il telefono. Costa una frazione del nuovo, in euro e in CO₂, ed è spesso ciò che separa un telefono “da buttare” da uno buono per altri due o tre anni.
Riparare. Da pochi giorni, per gli smartphone, abbiamo uno strumento in più: il diritto alla riparazione recepito con il decreto 176/2026.
Se dobbiamo comprare, considerare il ricondizionato, scegliendo venditori che dichiarano provenienza, parti sostituite e garanzia.
Se compriamo nuovo, guardare gli anni di aggiornamento e l’etichetta di riparabilità, non solo il prezzo. E chiederci se ci serve davvero tutta quella memoria.
Ad Accra i riparatori aggiustano da decenni quello che noi chiamiamo rifiuto. L’Europa ci sta arrivando adesso, per legge, con batterie che devono durare almeno 800 cicli, ricambi per sette anni e un diritto alla riparazione appena entrato in vigore. Basterà una legge per cambiare abitudini? Sicuramente darà una mano, questo lo dicono i grandi cambiamenti culturali che sono accaduti dopo che qualcosa è diventato legge (come il fumo nei ristoranti e nei locali chiusi, no?). Alla fine, quindi, la domanda non è quanto durerà il nostro prossimo smartphone, ma quanto siamo disposti ad aspettare prima di cambiarlo con un modello più recente.
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Franco Aquini





