La rata è per sempre. Benvenuti nell’era dell’hardware in affitto
Apple annuncia i computer in leasing, Sony ci pensa, Asus forse vuole noleggiare le schede madri. Dietro l'hardware in affitto c'è la crisi delle memorie che nessuno vuole scaricare sui listini.
Il 28 luglio Apple ha lanciato un nuovo programma dal nome molto efficace: Apple Upgrade. Si tratta di un programma, attivo per ora soltanto negli Stati Uniti, che ha un solo scopo: estendere a tutti i prodotti la possibilità dell’acquisto rateizzato. O meglio, con un leasing, visto che c’è anche l’opzione per il riscatto al termine del periodo di finanziamento.
Intendiamoci: Apple ha sempre dato l’opzione dell’acquisto rateizzato, ma qui la questione è leggermente differente. Prima di tutto stiamo parlando di un prodotto vero e proprio, Apple Upgrade: ha un nome tutto suo, una strategia di comunicazione e un partner che gestisce il piano di acquisto a rate: Klarna, celebre anche dalle nostre parti per i pagamenti in tre rate a tasso 0.
Sulla carta, però, sembrerebbe un brand appiccicato a qualcosa che esisteva già, ma in realtà non è così. La strategia è più mirata, più subdola se volete, e mira a fare molto di più. Anzi — è una mia supposizione — probabilmente ci annuncia ciò che avverrà nei prossimi anni: le cose fisiche che utilizziamo ogni giorno, non saranno più di nostra proprietà, ma le otterremo con un piccolo abbonamento mensile, che si andrà ad aggiungere (e magari a inglobare) a tutti gli abbonamenti già esistenti per i contenuti in streaming.
Apple, ancora una volta, farebbe da apripista per farci fare un altro scalino culturale e mentale: dopo averci fatto abituare e adattare alla musica liquida, tramite quella fenomenale campagna di comunicazione che ci ha portato nel mondo delle canzoni a 1$, ora ci riprova facendo di necessità virtù: il costo dell’hardware aumenta anno dopo anno a doppia (anzi tripla, lo vedremo tra poco) cifra e diventa insostenibile? Benissimo, perché non farlo diventare un abbonamento? Così l’aumento viene spalmato e al consumatore sembrerà persino di risparmiare, perché anziché sborsare 2000€ tutto d’un colpo per un computer, potrà portarselo subito a casa con una rata di appena 39,90 € al mese (ipotesi mia basata sui canoni del sito americano).
Di necessità virtù, dicevo, perché l’aumento esponenziale e continuo del costo delle memorie — che si traduce in aumento dei costi delle RAM e degli hard disk — sta pian piano azzoppando il mercato di computer, smartphone, console da gioco e non solo.
Oggi la RAM è ovunque, ecco perché qualche testata parla di “RAMageddon”, l’Armageddon delle RAM. E il problema è serio, perché intere economie rischiano di rimetterci porzioni intere di fatturato per via della corsa ai datacenter per l’intelligenza artificiale. Tutto deriva infatti dalla fame insaziabile di potenza di calcolo di cui hanno bisogno le big tech che potenziano giorno dopo giorno i grandi modelli di linguaggio. Queste aziende stanno ripulendo il mercato dai chip più pregiati, lasciando al resto delle aziende le briciole. La scarsità, come vuole la più banale delle leggi di mercato, fa sì che il prezzo dei chip disponibili continui a crescere di prezzo e tutto questo si riflette sugli aumenti di qualsiasi cosa contenga chip di memoria.
Non solo i computer sono interessati da questi aumenti isterici, ma anche le console da gioco. Tanto che, per la prima volta nella storia, abbiamo assistito ad aumenti di prezzo consistenti addirittura a 6 anni dall’uscita sul mercato. Un’inversione di tendenza netta rispetto a quella classica, che vedeva questi oggetti calare di prezzo sul finale di vita. Oggi invece abbiamo assistito al passaggio di prezzo di Xbox Series X, uscita nel 2020 a 499€, fino a ben 799€. Un aumento incredibile di 300€ per un hardware che ha ormai sei anni sulle spalle, frutto dell’aumento del costo non solo delle RAM, ma anche delle memorie statiche. Stessa situazione verificatasi anche per PlayStation 5 di Sony e Nintendo Switch 2.
Da qui l’ipotesi: il futuro delineato da Apple non riguarderà soltanto i computer o gli smartphone, ma qualsiasi hardware interessato da oscillazioni brusche nel costo dei componenti. Siamo pronti a dover affittare qualsiasi hardware, dal TV alle console da gioco, dal computer allo smartphone? Che vi piaccia o no, benvenuti nell’era della rata perenne e dell’hardware in affitto.
Le aziende non vendono più prodotti, vendono abbonamenti
Le aziende — l’ho già scritto una volta — non sono né buone, né cattive. Semplicemente, quantomeno quelle quotate in borsa, fanno un solo interesse: quello degli investitori. Ecco perché siamo arrivati ormai a un punto di non ritorno. L’interesse non è più fare buoni prodotti, ma tener alto l’interesse in modo costante, quel tanto che basta a giustificare un piccolo esborso mensile, che è molto meglio di un grande esborso una tantum.
Il piccolo esborso costante (sul piccolo poi bisogna intendersi), permette di fare grandi cose che il grande esborso aperiodico non permette di fare. Per esempio ti permette di fare previsioni annuali più precise sui ricavi. Ti permette di tarare meglio investimenti e ritorni, perché sai già quanto sarà quello che guadagnerai ogni anno. E questo, credetemi, piace sempre a tutti. E poi l’abbonamento — o le rate — è un qualcosa che ti vincola, che ti tiene attaccato. E se poi la rata è un leasing con una scadenza, allora sai già che al termine del periodo, con la giusta offerta, tendenzialmente l’utente cambierà dispositivo e rimarrà fedele ancora per molto anni.
Queste non sono mie supposizioni, lo dicono gli stessi amministratori delle aziende. Per esempio Hideaki Nishino, Presidente e CEO di Sony Interactive Entertainment, che in una recente sessione di domande e risposte riportata su vgchartz.com, ha detto:«L’obiettivo è aumentare la redditività e non inseguire il MAU (gli utenti attivi mensili) a tutti i costi. Esistono diversi modi per raggiungere questo obiettivo attraverso entrate ricorrenti, come i ricavi derivanti dai contenuti aggiuntivi, e anche la crescita del MAU potrebbe essere uno di questi. Ma ci stiamo concentrando maggiormente sulla monetizzazione della nostra base di utenti, il che si riflette bene nei solidi risultati finanziari dell’anno fiscale 2025». Detto in soldoni: più degli utenti, ora a Sony interessa quanto ogni utente è profittevole. Si tratta di strizzarli ben bene, questi utenti, non di dargli il miglior prodotto possibile. Sono cambiate un po’ le cose dal motto “for the players” che fa ancora da claim aziendale, no?
Ma le aziende fanno il proprio mestiere e in questo caso, un buon CEO, fa quello che gli investitori si aspettano: reagisce a una crisi trasformandola in opportunità. Di profitto, s’intende. Anche in questo caso a far danni ci ha pensato il RAMageddon, con aumenti che hanno toccato il 600% in un solo anno. Motivo per cui PlayStation 6, inizialmente prevista per il 2027, potrebbe essere spostata al 2028 o forse addirittura al 2029.

Ecco perché la mossa di calcare sul valore estratto dal singolo utente è importante, in attesa del rinnovamento del parco macchine. E allora perché — questa è una mia suggestione, sia chiaro — non far diventare l’oggetto stesso, la PlayStation 6, oggetto anch’essa di un abbonamento? Magari inserita nell’abbonamento già esistente, PlayStation Plus, che con l’aggiunta di qualche decina di euro potrebbe inglobare anche la console stessa. In fondo, con meno fortuna, l’aveva già fatto Microsoft con Xbox All Access, un abbonamento (appunto) che comprendeva anche la console. Microsoft però fa le cose sempre un po’ alla Microsoft, si sa, e infatti ora non solo non c’è più traccia dell’abbonamento, sul sito ufficiale, ma non ci sono più nemmeno le Xbox. O meglio, ci sono, ma non puoi acquistarle. Della serie: abbiamo aumentato la console, ma poi mica ve la vendiamo veramente.
Il contagio si allarga, dal telefono fino alla scheda madre
È bastata una pubblicità spuntata online, non si sa se reale o finta, per scatenare un’ultima ansia da “hardware in affitto”. Si tratta di una qualche forma di pubblicità che starebbe circolando negli ambienti degli appassionati dei PC da gaming e che parla di una soluzione di ASUS per pagare un abbonamento persino per la scheda madre, che è il componente base di ogni PC. Su quelli da gioco, poi, arriva a costare parecchio.

Se con smartphone e computer portatili l’abbonamento si può arrivare a comprenderlo, con un componente di un PC diventa veramente difficile da immaginare. D’accordo, non sappiamo se si tratti di qualcosa di ufficiale o meno, ma seguiamo l’ipotesi e proviamo a immaginare un futuro che non è poi così inverosimile e distante dalla realtà.
A portare le aziende produttrici di componenti a un decisione di questo genere, sarebbero, di nuovo, i numeri. Lo dice la stessa Lisa Su, CEO di AMD su tomshardware.com:«Anche i ricavi derivanti dalla grafica per videogiochi sono diminuiti di anno in anno, poiché i maggiori costi dei componenti a livello di settore hanno contribuito all’aumento dei prezzi delle schede grafiche e hanno pesato sulla domanda complessiva».
Se i costi impattano così tanto sull’intero mercato, quale altra soluzione potrebbe essere adottata per convincere i potenziali clienti a fare un aggiornamento del proprio hardware? Hardware che, lo ricordiamo, basa tutta la sua appetibilità sulle performance, quindi è esclusa una revisione al ribasso. Non funziona come in altri settori, dove magari sei costretto a cambiare un bene e quindi puoi accontentarti anche di qualcosa di meno. Ipotizziamo, giusto per fare un esempio: un domani vengono a mancare delle componenti specifiche per costruire un’automobile, ma tu ne hai bisogno per forza. Quindi devi cambiarla e ti accontenti anche di un’auto che non abbia l’ultima tecnologia disponibile. Ecco questo, semplicemente, in un mercato dove il drive delle vendite è fatto in larga parte dalla promessa delle prestazioni massime, non funziona.
Chi pensa però che il legame tra hardware e abbonamento sia un'invenzione recente si sbaglia: BMW ci aveva già provato nel 2022, chiedendo un canone da 18 dollari al mese per attivare i sedili riscaldati — una funzione che nell'auto era già fisicamente installata, ma che veniva semplicemente bloccata via software.
La reazione dei clienti fu durissima (e vorrei vedere). Su Reddit gli utenti si coordinarono per scoraggiare chiunque dall'accettare l'abbonamento, temendo che avrebbe aperto la porta a pratiche simili su ogni altra funzione.
Alla fine, nel 2023 BMW ha fatto marcia indietro: Pieter Nota, membro del board per vendite e marketing, ha ammesso che la percezione dei clienti — pur tecnicamente infondata, secondo lui — di "pagare due volte" era troppo forte per essere ignorata. BMW continua però a puntare su servizi software veri e propri, come la guida assistita. La lezione quindi non è stata "niente abbonamenti", piuttosto "non fateli pagare per hardware che è percepito come già di proprietà del cliente".
Dobbiamo accettarlo: una rata è per sempre
C’è un dettaglio però che è negli ultimi anni è cambiato radicalmente, senza che ce ne accorgessimo. Una volta il prezzo era in bella vista, oggi non più. Come se i prodotti fossero gratis, ma così non è. Quando cerchi un’auto, un frigorifero, uno smartphone, quasi sempre quello che ti viene mostrato non è il prezzo finale, ma l’importo della rata mensile.
Sembra un dettaglio banale, ma non lo è. Secondo un’analisi del CFPB, l’authority statunitense che vigila sul credito al consumo, il 63% circa degli utenti che usano servizi del tipo “acquista ora, paga dopo” nel corso di un anno arriva ad accendere più prestiti di questo genere contemporaneamente. Un terzo di questi, lo fa affidandosi a più operatori diversi nello stesso periodo. In poche parole, questo significa che non stai comprando una cosa a rate, ma stai accumulando e sovrapponendo singole piccola rate che però, se sommate, pesano quanto o più di un acquisto intero.
E qui arriva forse il vero punto dolente, perché riguarda noi e non le aziende. Il meccanismo funziona bene proprio perché a livello psicologico tendiamo a dare più peso al vantaggio immediato — quello di possedere l’oggetto del nostro desiderio — che al costo che avrà in futuro, magari spalmato su più mesi. Perché poi chissà dove saremo tra sei mesi, intanto mi godo l’oggetto. Anche se non l’ho pagato completamente e non è completamente mio (e magari non lo sarà mai ).
D’altronde siamo fatti così. Anzi, ci hanno resi così: schiavi di un bisogno che non sapevamo di avere e che a un certo punto ci hanno convinti di averlo. Le aziende — questo gli va riconosciuto — questa cosa del farci sembrare necessarie delle cose che in realtà non lo sono, lo sanno fare benissimo.
Non è detto che tra qualche anno arriveremo davvero a noleggiare ogni singolo pezzo di silicio o di hardware che possediamo. Se la memoria continuerà a costare così, se i margini continueranno a restringersi e se continuerà a funzionare meglio una piccola rata mensile per far quadrare i conti trimestrali delle aziende, non è difficile immaginare dove si potrà andare a finire.
La domanda, allora, non è tanto se sia giusto o sbagliato, se sia saggio o meno. La domanda vera è dove finirà il nostro reddito quando verrà eroso in larga parte dagli abbonamenti. E soprattutto la domanda conseguente: nel 2026, cosa vuol dire ancora “possedere” qualcosa?
PENSIERI FRANCHI
”Una Italia, mille Italie”
Mi è capitato di dover fare la stessa identica operazione, a poche settimane di distanza, sia a Roma che a Biella. Una coincidenza che non ho voluto lasciarmi sfuggire e che mi ha sorpreso per l’enorme differenza dell’esperienza vissuta.
Ve la spiego velocemente cercando di non scendere troppo nei dettagli personali. In pratica, ho dovuto recarmi a un patronato per presentare una domanda di invalidità. A Roma per mia zia, a Biella per me. Vi descriverò i fatti così come sono accaduti e alla fine, lo giuro, arriverò alla conclusione che ne ho tratto.
Ci siamo recati al CAF/Patronato di Roma, alla Magliana, alle 8 di mattina. L’ufficio però apriva alle 9 e non era sulla strada, bensì in un appartamento di un palazzone anonimo. Sicché, se non sai che devi andare proprio lì, peraltro all’interno di un cortile condominiale, non ci arriverai mai. Fuori dal portone d’ingresso del palazzo c’era già un signore in attesa. Un signore in tenuta da umarell — occhiale da sole scurissimo, polo con sopra gilet da caccia e pantaloncino tattico — dalle maniere scorbutiche e infastidite, che minacciava le persone di non salire al pianerottolo dell’ufficio per mettersi in fila. In effetti, fuori dal portone era appeso un cartello che avvisava che, per via della confusione generata, bisognava attendere fuori dal palazzo, in piedi, con 36 gradi già di prima mattina.
Ovviamente, quando le persone hanno cominciato ad accumularsi, il controllo vigile dell’umarell ha perso efficacia e qualcuno è riuscito a sgattaiolare per l’ingresso e a recarsi al piano dell’ufficio per fare la fila direttamente davanti alla porta. Così si sono create due file: una di privilegiati “furbi” che attendevano direttamente fuori dalla porta dell’ufficio, che poi erano quelli arrivati in un secondo momento, e la fila di quelli arrivati per primi — tra cui noi — che aspettavano fuori dal portone ignari. Quando la situazione è diventata evidente, si è generato un mormorio di sdegno tra gli attendenti fuori dal portone, che via via è aumentato di volume, fino a generare un fiume di gente indignata che a quel punto ha rotto tutti gli indugi e si è riversata sù per le scale e nell’ascensore. Una marea umana di vecchi claudicanti, stranieri dall’italiano stentato e avvocatuncoli rampanti col casco dello scooter in una mano e la cartellina con le pratiche nell’altra.
La seconda attesa è stata peggiore della prima, perché nel pianerottolo del palazzo non passava un filo d’aria. La fila, rigorosamente in piedi, ha fiaccato più di un anziano, che a un certo punto ha ceduto e si è avviato verso casa. Altri, informati sui fatti del condominio, raccontavano la storia dell’occupazione abusiva dell’appartamento di fronte all’ufficio. Nel frattempo, qualcuno arrivato sul momento bussava alla porta dell’ufficio che, pur essendo ufficialmente chiuso, si apriva con la testa di un impiegato che spuntava fuori:≪Sì?≫, ≪So’ ‘r fijo de Mimmo, devo ritirà er certificato≫, ≪Entra≫.
A un certo punto si sono fatte le nove, l’ufficio ha aperto e noi ci siamo riversati all’interno di un micro corridoio con 6 sedie, velocemente occupate dagli anziani messi peggio. Vista l’attesa di due ore, ho avuto modo di analizzare nel dettaglio il corridoio dell’ufficio. In un angolo c’erano attaccati alla parete il modem/router e un centralino. Solo che entrambi i dispositivi erano attaccati tramite un solo tassello, per cui erano tutti storti, retti per lo più da cavi di rete in tensione tra un dispositivo e l’altro. Sulla parete c’erano macchie scure che sembravano fiammate in corrispondenza degli alimentatori. Poi c’era una porta con un buco che deve aver funzionato da sportello, ora chiuso con un pezzo di cartone. Presumo che, in epoca pandemica, avessero utilizzato quel buco come sportello per tenere le persone distanziate. Peccato che poi, nel corridoio, saranno state ammassate esattamente come lo eravamo in quel momento.
Il punto peggiore l’abbiamo raggiunto quando una signora ha preso a entrare dentro uno degli uffici per parlare dalla soglia della porta a voce alta:≪Allora Danie’? Ce sei ito in ferie?≫. Al che mia zia, che non è mai stata simpatica e accomodante, dall’alto dei suoi ottantasei anni ha fatto quello che ho temuto facesse fin dal primo secondo: ha iniziato a borbottare prima a bassa voce, poi prendendo di petto la signora chiacchierona. Al che lei, la signora chiacchierona, giustamente offesa (a suo modo di vedere le cose), ha preso a rispondere animatamente:≪Aoh ma guarda che sto solo a chiacchiera’ eh, sto a parla’ co’ lui che tanto sta a fa’ niente. Che qualcuno deve entra’?≫. Per darle manforte, dopo poco è uscito anche lui, Daniele, a spiegare a tutti come in realtà non stava rubando il posto a nessuno perché lui era lì a fare niente. Dentro di me, a quel punto, si è creato un cortocircuito mentale. Come poteva essere che a più di una persona potesse sembrare normale, addirittura una giustificazione, il fatto che qualcuno stesse in ufficio a fare niente? Come se questo servisse a spiegare che non stava facendo torto a nessuno. Ma vabbè.
Da questo spaccato meraviglioso di quotidiana vita di periferia romana, sono passato alla stessa identica necessità, questa mattina, a Biella. Sono uscito di casa alle 8.50 per recarmi in un patronato che ho vicino casa, più o meno alla stessa distanza a piedi che separava casa di mia zia dall’ufficio di Roma. Alle 8.55 ero lì. Sono entrato, anche questo ufficio era diviso tra CAF e Patronato. Una sola persona allo sportello CAF, il patronato vuoto. Ad attendermi una decina di sedie vuote, pure quelle. Qualcuno dirà: vabbè è il 6 agosto. Sarà.
Comunque passo nella porta accanto, ci sono una ragazza giovane e una signora più anziana. Ufficio tutto aperto senza porte. La ragazza mi chiede cosa devo fare, le do i documenti, compila un foglio e poi mi dice:≪Guardi, compilo la domanda nel pomeriggio e le mando la ricevuta via email≫. E io:≪ah ok, fatto?≫. ≪Fatto≫, dice lei. Sono uscito, ho guardato l’orologio ed erano passati 4 minuti e 32 secondi.
Ora, lungi da me il voler paragonare Biella con Roma, figuriamoci. Anche se, a essere obiettivi, Biella è comunque una cittadina che fa le stesse persone della Magliana e quindi, in qualche modo, sono due microcosmi paragonabili, ma non è qui che voglio arrivare. Piuttosto, l’avrete intuito dal titolo, mi è tornato alla mente immediatamente il problema delle mille italie. Chiunque provi un’esperienza del genere in diverse province di questo lungo lembo di terra in mezzo al mare, vivrà esperienze completamente differenti. E non è soltanto una questione di nord e sud, perché ho trovato realtà molto funzionali anche in meridione. È una questione invece — credo — di cultura locale. Di costume, di abitudini, quasi di eredità genetica.
A Roma sarebbe impensabile trapiantare lo stesso funzionamento dell’ufficio di Biella. Sapete perché? Perché la possibile conseguenza l’ho vista quando eravamo in attesa fuori dal condominio. Nonostante ci fosse un cartello appeso che chiedeva di attendere fuori dal portone, qualcuno è entrato comunque, perché convinto — magari, anzi sicuramente in buona fede — che non riguardasse lui. Che lui doveva sbrigare una cosa veloce, che aveva ottenuto il permesso perché doveva solo ritirare un documento. Quel qualcuno non si è posto minimamente il problema dell’impatto che avrebbe avuto il suo passare avanti sulla coda che stava dopo di lui.
Il biellese medio, invece, se legge su un cartello che non si può entrare, non entra. Fine. Poi c’è quello furbo, come ovunque, ma tendenzialmente non fa sistema. Rimane un caso isolato. E badate bene, questa non è per forza una virtù. Il biellese non è più civile, probabilmente rispetta le regole perché altrimenti “sta male”, non perché di indole sua si pone il problema degli altri, figuriamoci. Esattamente come il suo collega romano.
In qualche modo, la civiltà è data dal contesto, non è innata nella persona. Basta vedere cosa fanno i turisti tedeschi o nord europei quando si trovano a Roma: se c’è immondizia in giro, diventano sporchi e incivili pure loro. Viceversa, sono convinto che quello stesso personaggio che se ne è fregato della fila fuori dal palazzo ed è sgattaiolato su per le scale a Roma, trasportato in un ufficio a Berlino, avrebbe rispettato ordinatamente la fila. Il problema è che l’Italia però non è né tutta disordinata, né tutta ordinata. L’Italia è l’una è l’altra cosa. È un po’ Svizzera, un po’ Colombia, un po’ India. L’Italia non è mai stata una, bensì mille diversi paesi e culture in un fazzoletto di terra dove cerchiamo di convivere tutti insieme con molta difficoltà. Ed è forse questo il motivo per cui questo paese, ogni giorno di più, sembra non farcela più.
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Franco Aquini




