Non sarà l’AI a rubarti il lavoro, ma un robot umanoide
Dalla Cina arrivano notizie che parlano di robot umanoidi dotati di IA che vengono usati stabilmente in ambito industriale. Presto saranno anche da noi, ma quanti posti di lavoro elimineranno?
Che l’intelligenza artificiale fosse più una “Tecnologia abilitante” che uno strumento utile così com’è, l’avevo già detto tempo fa e ora ne vediamo la prima conseguenza diretta: se chattare con un’intelligenza che ti risponde come fosse un essere umano è straniante (e provoca quelle conseguenze inaspettate e a tratti ridicole come l’intervista di Walter Veltroni a Claude), inserire quel livello di tecnologia all’interno di un robot che ha le fattezze di un essere umano, può davvero far andare il cervello a film che hanno reso celebri Hollywood e bodybuilder austriaci.
Oggi però ci siamo arrivati: in Cina i robot di questo tipo vengono venduti a decine di migliaia di dollari, senza i complicati regolamenti che in Europa abbiamo già previsto per far impazzire i responsabili della sicurezza sul lavoro. E quindi, presto o tardi, tutto il mondo dovrà farci i conti. Perché se da un lato del mondo arrivano dei manufatti il cui costo viene abbattuto non solo perché la manodopera umana costa meno, ma anche e soprattutto perché una parte di questi viene prodotta da esseri non umani, non si può aspettare ancora molto a procedere nella stessa direzione.
Ho deciso quindi di indagare il fenomeno da tre punti di vista differenti. Il primo è lo stato dell’arte: come utilizziamo oggi i robot e cosa ci stanno offrendo le aziende cinesi. In altre parole: cosa si può già acquistare. Il secondo riguarda invece la fattibilità in Italia: cosa dice il nuovo Regolamento Macchine UE che andrà in vigore a gennaio 2027 e che disciplina proprio l’uso di robot con a bordo l’intelligenza artificiale? Spoiler: i robot con AI vengono considerate macchine ad alto rischio, ma con il giusto inquadramento all’interno del perimetro della sicurezza aziendale, si potranno adottare anche in Italia. Il terzo riguarda l’aspetto sociale: quanti posti di lavoro elimineranno e quali proposte sono già state fatte per attutire l’impatto di queste macchine.
L’ultima parte la lascio per la domanda delle domande: i robot sostituiranno l’uomo? Forse sì, o magari soltanto una parte, ma in ogni modo non è più il caso di trattare l’argomento come se fosse qualcosa da relegare all’interno dei romanzi di Philip Dick. No, i robot intelligenti si possono acquistare già oggi per cifre tutto sommato contenute e ogni imprenditore che si rispetti guarderà a questa possibilità come estremo interesse (d’altronde è pur sempre un dipendente a costo zero che può lavorare quasi 24 ore al giorno senza mai pronunciare la parola “sindacato”), ma come si fa a coniugare la necessità di rimanere al passo con le altre aziende del pianeta pur senza distruggere quel poco di stato sociale che ancora resiste in Italia? Come possiamo salvare capra e cavoli, lavoratori e imprese, competitività e stato sociale?
I robot sono già una realtà, ma la vera differenza la farà l’IA
Quando parliamo di robot, bisogna fare una distinzione importante. I robot in senso stretto, infatti, abbondano già nelle fabbriche italiane e la differenza con quelli di cui parliamo in questa Insalata, alla fine, non è nemmeno il fatto che abbiano sembianze umane.
No, la differenza la fa infatti il “cervello” di questi robot, che sarà in grado di auto apprendere e di migliorare o addirittura cambiare del tutto il proprio modo di lavorare. Bisogna proprio fare l’esercizio mentale di immaginare una ChatGPT all’interno di un robot, anche di uno di quelli già esistenti, e provare a immaginare cosa sarebbe in grado di fare con un qualsiasi programma elementare che gli viene caricato in memoria.
Rimanendo sulle versioni attuali dei robot, nonostante un leggero calo della domanda da analizzare anche all’indomani di un paio di annate con crescita eccezionale, il numero di installazioni mostra una crescita importante. In Italia si è passati infatti dalle 76.738 unità del 2019 alle 106.280 unità di fine 2024. Ma ancor più chiaro è il dato sulla densità: in questo caso si è passati nel settore manifatturiero da 147 robot ogni 10.000 occupati del 2014 a 228 nel 2023. Ma in alcuni settori specifici, com quello dell’automotive, si arriva a 662 unità ogni 10.000 addetti.
Se allarghiamo lo sguardo fuori dall’Italia e prendiamo l’intera Europa, allora scopriamo che i “cobot”, ovvero i robot collaborativi, rappresentano già il 12% delle nuove installazioni, con una crescita del 18% rispetto al 2023. L’adozione dei cobot risponde a esigenze di flessibilità, carenza di manodopera in mansioni ripetitive e necessità di innalzamento degli standard di qualità e precisione.
Tuttavia, è in Cina che sta avvenendo la rivoluzione vera e propria. Nel 2025 infatti la Cina ha prodotto 12.800 robot umanoidi, che corrisponde a circa il 90% del totale mondiale, principalmente per l’uso in centri di addestramento, laboratori di ricerca, logistica e manifattura. Un incremento che, seppure incredibile rispetto al 2024, è ancora lontano dalla produzione annuale di robot industriali tradizionali, che ammontano a 556.000 unità.
Centinaia di robot sviluppati da UBTECH Robotics, azienda situata a Shenzhen, sono stati dispiegati negli stabilimenti dei principali costruttori di automobili come BYD, Geely, FAW-Volkswagen, Dongfeng e Foxconn. A differenza dei sistemi di automazione convenzionali, queste macchine umanoidi sono progettate per sostituire completamente gli esseri umani sulle linee di produzione, richiedendo soltanto una supervisione umana minima.
Secondo i dati Omdia, le consegne globali di robot umanoidi hanno raggiunto le 13.318 unità nel 2025 e l’87% di queste proveniva da aziende cinesi. Per confronto, le americane Tesla e Figure AI ne hanno consegnate circa 150 ciascuna. In pratica si potrebbe dire che in America siamo ancora in una fase prototipale.
E se non bastasse, il “Piano d’Azione per i Robot Umanoidi 2025”, emesso dal Ministero dell’Industria e dell’Information Technology cinese insieme ad altri cinque ministeri, fissa come obiettivo il dispiegamento di 100.000 robot umanoidi entro il 2027.
Di contro, è bene notare anche come la realtà dei fatti sia abbastanza differente da quanto voglia far credere l’aggressiva e fin troppo ottimista propaganda Cinese. UBTECH stessa ha infatti dichiarato nel gennaio 2026 che i suoi robot Walker S2 sono al massimo efficienti la metà di un lavoratore umano, confermando che i robot umanoidi restano in una fase ancora iniziale dello sviluppo e hanno ancora molta strada da percorrere prima di poter essere dispiegati su larga scala nell’industria. Questa è la realtà odierna, ma in molti non faranno fatica a fare il parallelo con quanto tempo hanno impiegato i modelli di intelligenza artificiale a superare gran parte dei limiti che contraddistinguevano le prime versioni uscite soltanto una manciata di anni fa.
Si possono davvero utilizzare i robot umanoidi nelle fabbriche europee?
A vedere i costi di cui parla l’azienda Unitree, tanto per citare una delle più attive, qualsiasi imprenditore potrebbe farsi venire l’acquolina in bocca: con poco più di una decina di migliaia di dollari si potrebbe sostituire un operaio — anzi più di uno, considerando il fatto che il robot non fa turni — con un robot che al massimo ha bisogno di un po’ di energia ogni x ore. Tuttavia, oggi non è così semplice affiancare dei robot agli esseri umani nel contesto di una fabbrica.
A risolvere questo genere di problemi “normativo” è arrivato però il Regolamento UE 2023/1230, pubblicato in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 29 giugno 2023 e applicabile dal 20 gennaio 2027. Questo Regolamento sostituisce di fatto la Direttiva Macchine 2006/42/CE in vigore dal 2009.
Innanzitutto — i più l’avranno notato — si parla di Regolamento e non più di direttiva. La differenza è sostanziale: il primo è obbligatorio in tutti i suoi elementi per tutti i cittadini dell’Unione, mentre la seconda indica soltanto dei risultati da raggiungere entro un certo lasso di tempo ed è indirizzata agli Stati membri. Il Regolamento, in altre parole, è più stringente della direttiva.
Le macchine autonome con funzionalità di auto-apprendimento (AI e machine learning) e i sistemi di sicurezza basati su intelligenza artificiale sono considerati, per il nuovo Regolamento, macchine ad alto rischio di tipo A, per le quali, prima dell’immissione sul mercato, è necessario che un ente certificatore esterno ne confermi la conformità al Regolamento. Il documento sottolinea infatti che i rischi legati all’impiego di questo tipo di macchine possono variare nel tempo a causa del comportamento auto-evolutivo.
In concreto, per i robot antropomorfi dotati di IA, il Regolamento stabilisce tre obblighi precisi:
le macchine non devono andare oltre il compito e lo spazio di movimento predefiniti (si parla di zone delimitate virtualmente o fisicamente);
devono registrare tutti i dati relativi ai processi decisionali messi in atto (da conservare per almeno un anno);
l’operatore deve poter intervenire in tempo reale per correggere eventuali errori.
La valutazione dei rischi nell’uso di questi robot dovrà tenere conto dell’evoluzione del comportamento delle macchine progettate per funzionare con diversi livelli di autonomia. Anche la fase di apprendimento deve essere considerata, limitando il comportamento della macchina mediante adeguati circuiti di sicurezza, in modo da non oltrepassare i limiti considerati nella valutazione dei rischi.
C’è poi una novità sostanziale, perché per la prima volta viene considerata l’importanza fondamentale del software. Il Regolamento Macchine si applica infatti anche ai prodotti immateriali: il software che svolge funzioni di sicurezza immesso sul mercato separatamente dovrà essere marcato CE e accompagnato da una dichiarazione di conformità UE.
I robot collaborativi (cobot) sono progettati per interagire direttamente con gli operatori umani e condividere lo stesso spazio di lavoro, rendendo impraticabile la separazione tradizionale tra uomo e robot. Per questo saranno necessarie nuove logiche di sicurezza, che si stanno sviluppando attraverso norme tecniche legate al nuovo regolamento. Il Regolamento pone un’enfasi particolare sull’interazione tra operatori umani e macchine avanzate. Da questo punto di vista, le aziende devono garantire che queste interazioni siano sicure e che le macchine siano progettate per lavorare in sinergia con l’uomo, riducendo al minimo i rischi di incidenti.
Perché l’Europa ci va con i piedi di piombo: il problema della cybersecurity
Leggendo di direttive, regolamenti, disposizioni, marcature e quanto di più vicino esista nella sfera della burocrazia legata al mondo industriale, qualcuno potrebbe pensare che l’Europa si stia comportando come l’ennesimo Ministero che rallenta la produttività con timbri e carte bollate di cui in Cina fanno comodamente a meno.
In parte è sicuramente così, ma c’è da considerare però un aspetto fondamentale legato all’introduzione di macchine autonome, capaci di andarsene in giro come normali esseri umani che però umani non sono, attrezzati per lo più con una notevole dose di intelligenza che li rende capaci di autoapprendere: la sicurezza informatica.
Provate a pensare ai danno che può fare oggi un attacco informatico, capace di fermare i sistemi e rendere inservibili i dati di un’azienda, e proiettatelo su una fabbrica che non utilizza più soltanto macchinari per lavorare, ma un esercito di robot umanoidi. Non c’è bisogno che vada oltre, vero?
Proprio per questo fatto, il Regolamento 2023/1230 è il primo strumento legislativo europeo sulla marcatura CE a disciplinare esplicitamente l’uso di intelligenza artificiale e sistemi di controllo che possono modificare autonomamente il proprio comportamento attraverso il machine learning, introducendo requisiti specifici per la sicurezza informatica, la resistenza ai cyberattacchi e la gestione dei sistemi intelligenti auto-evolutivi.
I sistemi robotici e i veicoli mobili autonomi dovranno quindi includere funzioni di supervisione e sicurezza specifiche per garantire controllo e protezione da parte degli operatori. Un robot antropomorfo dotato di AI che apprende in autonomia — come Optimus di Tesla o Atlas di Boston Dynamics nella loro configurazione avanzata — è per definizione una macchina ad alto rischio il cui comportamento può cambiare nel tempo: esattamente il caso che il Regolamento identifica come più critico, e per il quale richiede una certificazione esterna obbligatoria prima di poterlo mettere sul mercato europeo.
In sintesi: il Regolamento non vieta i robot antropomorfi, ma li sottopone al regime di controllo più stringente previsto dall’ordinamento UE. L’Europa autorizza la tecnologia, ma si riserva di valutarla caso per caso — e questo crea una asimmetria competitiva significativa rispetto a mercati come quello cinese o americano, dove questi vincoli non esistono.
Quanti posti di lavoro cancellerà la robotica intelligente?
Secondo il WEF Future of Jobs Report di gennaio 2025, l’intelligenza artificiale l’automazione contribuiranno allo spostamento di circa 92 milioni di posti di lavoro a livello globale entro il 2030. Sempre secondo lo stesso report, però, l’accoppiata di IA e robot contribuiranno alla creazione di 170 milioni di “nuovi ruoli”, con un saldo netto positivo di 78 milioni di nuove posizioni.
Limitandosi ai soli numeri, si potrebbe quindi pensare che l’introduzione di queste due enormi novità tecnologiche non potrà che far bene ai livelli generali di occupazione. I numeri però non sono mai sufficienti, da soli, a rappresentare il quadro con precisione. Va innanzitutto considerata la tipologia di nuovi posti che verranno generati dall’introduzione di questi due strumenti: se a scapito di milioni di posti da operaio persi se ne aggiungeranno altrettanti da ingegnere, si capisce bene come lo squilibrio non sarà colmabile così rapidamente.
Inoltre, bisogna sempre considerare con quale livello di reddito verranno retribuite le nuove figure. Prima abbiamo fatto l’ipotesi degli ingegneri che sostituiscono gli operai. Se, al contrario, l’essere umano dovesse diventare utile soltanto per addestrare i robot (come raccontato da Internazionale 1663 del 30 aprile 2026 con un reportage proprio sull’arrivo della robotica nelle fabbriche cinesi), allora si parlerebbe di posti di lavoro ancora più poveri degli attuali.
Il saldo positivo potrebbe nascondere quindi una distribuzione molto ineguale: i robot e l’automazione è previsto che spostino 5 milioni di posti di lavoro in più di quanti ne creeranno. I ruoli più a rischio includono impiegati vari: dai cassieri agli assistenti amministrativi, dagli addetti alla stampa ai contabili.
L’industria manifatturiera globale potrebbe perdere 20 milioni di posti di lavoro per effetto dell’automazione in generale entro il 2030. L’intelligenza artificiale, tanto per essere chiari, è stata direttamente collegata al 4,5% di tutte le perdite di lavoro già registrate nel 2025. Queste perdite potrebbero essere anche frutto dell’euforia iniziale che stiamo ancora vivendo, dove sembra che un’IA possa realmente sostituire un gran numero di figure lavorative. Sono numeri che sicuramente sono destinati a cambiare, se non proprio a essere invertiti del tutto non appena sarà chiaro come le previsioni attuali siano più frutto di un’ubriacatura collettiva da intelligenza artificiale che altro. Tuttavia, è innegabile che una parte di posti di lavoro si perderanno, non fosse altro che per la naturale selezione tra personale alfabetizzate digitalmente e persone che non lo sono.
Esistono proposte concrete per far fronte alla sostituzione dell’uomo con i robot?
Quando mi chiedono se non temo un futuro dominato da robot e IA al posto dei lavoratori umani, rispondo sempre che si, lo temo e mi fa paura. Tuttavia, non si può pensare di ostacolare questo tipo di progresso, così come non si deve farlo perché queste tecnologie portano con sé dei vantaggi per l’uomo a cui non possiamo rinunciare in termini di evoluzione della medicina, dell’assistenza verso i più deboli e dell’aiuto alle popolazioni emergenti.
Ma quale può essere il punto di equilibrio tra l’introduzione spinta dell’automazione che sostituisce il lavoro umano e la tutela dell’occupazione e dello stato sociale per evitare che si creino enormi sacche di disoccupazione e che venga ancor di più estremizzato il divario che già esiste tra chi è fin troppo ricco e chi è troppo povero?
Ci sono delle proposte concrete all’attivo che sarebbe bene considerare fin da subito. Molte di queste, è inevitabile, parlano di redistribuzione del reddito. Un criterio dal quale non ci si potrà allontanare troppo se si vorrà mantenere una certa equità nel trattare la forza lavoro umana e quella robotica.
Redistribuzione però è anche un termine che fa terribilmente paura a chi lo associa a contesti lontani dal capitalismo e più vicini al socialismo. Tenendo da parte questioni filosofiche e politiche, bisogna prendere atto che tutte le nostre società sono organizzate, chi più chi meno, sotto il profilo della redistribuzione. Le imposte stesse ricalcano questo principio: tutti versano una parte del proprio reddito perché sia poi lo stato a decidere come impiegare (e redistribuire) queste risorse.
A proporre di tassare il “reddito prodotto dai robot” attraverso un’imposta su produttori e proprietari delle macchine è stato — difficile a credersi — Bill Gates, che ha anche suggerito di impiegare il gettito derivante da questa tassa nel finanziamento della riqualificazione della forza lavoro. L’assunto è: se un lavoratore umano produce 50.000 dollari con il suo lavoro e quei soldi vengono tassati, lo stesso dovrebbe valere per un robot che fa lo stesso lavoro.
A livello europeo, la Francia ha dibattuto forme di robot tax in ambito accademico senza legiferarle, mentre la Germania ha scelto incentivi per la riqualificazione. La Corea del Sud ha invece introdotto misure indirette riducendo i crediti d’imposta per le imprese che automatizzano massicciamente.
La robot tax offre una soluzione elegante creando un collegamento finanziario diretto tra automazione e sostegno sociale. La principale preoccupazione legata all’automazione è che concentrerà la ricchezza in una piccola élite proprietaria di queste tecnologie, lasciando tutti gli altri in una posizione molto peggiore.
Un secondo filone alternativo alla robot tax prevederebbe un reddito di base universale, abbreviato in UBI. Alcuni paesi lo stanno già sperimentando. Tra questi c’è la Finlandia, la cui sperimentazione avrebbe aumentato la fiducia nel governo, nelle istituzioni e tra i cittadini. Nel Canada degli anni Settanta, un esperimento analogo misurò una riduzione dell’8,5% dei ricoveri ospedalieri, un calo del 15% della criminalità e del 37% della violenza domestica.
Le simulazioni empiriche in paesi come Finlandia e Canada mostrano che versioni moderate di UBI sono finanziariamente sostenibili senza causare squilibri fiscali. Le evidenze suggeriscono che i beneficiari di UBI non riducono significativamente il loro impegno lavorativo, confutando l’argomento che disincentivi la produttività, che poi è la versione edulcorata del nostro “li paghiamo per stare sul divano”, celebre slogan popolare tra chi in Italia contestava il reddito di cittadinanza, finché questo non venne cancellato dall’attuale governo.
L’ultimo filone vede invece una proposta differente: non una tassa bensì un fondo da riempire con il maggior valore raggiunto dalle aziende grazie all’automazione. Si chiama “dividendo di base incondizionato” ed è stato proposto da Varoufakis, noto economista già Ministro delle finanze nel governo greco Tsipras, il quale sostiene che maggiore sarà l’impatto della robotizzazione sulle imprese, maggiore sarà l’effetto positivo sull’andamento del valore del fondo e quindi le risorse da distribuire alla popolazione.
Che ci piaccia o meno, i robot saranno i nostri compagni di lavoro (e probabilmente di vita domestica) da qui a pochissimi anni. Meglio muoversi il prima possibile per evitare un ulteriore (e inevitabile) peggioramento drastico delle condizioni di lavoro delle fasce più deboli e prevedere un meccanismo di tutela sociale. Perché se è certo che il mondo del lavoro non sarà mai più quello che abbiamo imparato a conoscere, è anche vero che i diritti acquisiti sono e saranno sempre di più messi in serio pericolo.
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