Quando copiare è un crimine e quando invece diventa innovazione
Per una generazione copiare era rubare. Oggi, se lo fanno le grandi aziende, è innovazione. Un viaggio tra pirateria, diritto d’autore e asimmetrie di potere nell’era dell’intelligenza artificiale.
Ci sono poche cose della mia gioventù di cui porto immagini chiare nella testa. Una di queste, è la pirateria. La domenica mattina al mercato popolare di Porta Portese, a Roma, si consumava il rituale dell’acquisto di videogiochi, all’epoca di Commodore 64 e Amiga, e poi in seguito di musica, quando arrivano i CD masterizzabili sul mercato.
La pirateria, non giriamoci attorno, era all’epoca una cosa accettata e largamente tollerata. Tutti chiudevano un occhio su quell’immenso traffico di denaro che confluì persino nel racket, quando i giochi della PlayStation finirono su tutti i marciapiedi italiani, venduti in ogni angolo da quegli stessi ambulanti che fino a poco tempo prima avevano venduto borsette e altri accessori falsi.
C’è chi ancora si interroga proprio su questo: alcuni dispositivi come la prima Playstation, avrebbe avuto lo stesso successo se non ci fosse stata di mezzo la pirateria e la facilità con cui si poteva copiare un gioco su CD? Questo non potremo mai saperlo, ma ciò che invece ricordo con chiarezza era che la pirateria, appunto, non era considerata un atto criminale quasi da nessuno. Era più un vizietto su cui chiudere un occhio. Era quella marachella da bambino che fai finta di non vedere perché sai che fa parte della crescita. Così come l’abitudine di copiarsi le musicassetta o di creare delle compilation. E però, bisogna sottolinearlo, la pirateria era anche e soprattutto un fatto per adulti.
Poi arrivarono gli anni 2000, quelli in cui la pirateria toccò un’altra industria: quella degli audiovisivi. Per carità: di videocassette pirata se ne vendevano già da un bel po’, ma con l’avvento del DVD le cose cambiarono in maniera repentina, perché con un DVD masterizzato ti portavi a casa non la brutta copia del film che avevi visto al cinema o noleggiato al Blockbuster, bensì la copia bit per bit, fedele al 100%, del supporto originale. E fu proprio per quello se alcuni registi (e case di produzione) tennero alla larga i propri capolavori dal supporto in DVD, come George Lucas con il suo Star Wars, tanto per fare un esempio.
In quel periodo partì una lunga e ambiziosa guerra alla pirateria, fatta di spot ansiogeni e moralizzanti sulla pirateria, piazzati praticamente ovunque: all’inizio di un DVD, prima di un film al cinema, in TV, praticamente ovunque. “La pirateria è come rubare”, questo il concetto alla base di questi spot, che cercavano di equiparare l’atto di copiare un contenuto audiovisivo al furto fisico di un’autoradio o di un televisore.
Pian piano, tutta questa opera di moralizzazione, insieme alla trasformazione di alcuni settori con l’arrivo di internet, portò effettivamente alla riduzione del fenomeno della pirateria, che oggi è ancora presente ma con numeri residuali rispetto al suo periodo d’oro tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000.
Tuttavia, oggi assistiamo tutti — e a cielo scoperto — a un altro tipo di pirateria, che gioca un campionato completamente diverso. Ci siamo distratti un attimo e sono arrivati degli strumenti tecnologici, bravissimi a fare un sacco di cose, tra cui — tanto per fare un esempio — trasformare qualsiasi fotografia in un fotogramma di un film dello studio Ghibli. E in quel momento ci è venuto un dubbio: come fa questo sistema a ricreare uno stile così particolare in modo così preciso e fedele all’originale? Dove ha studiato?
Presto l’abbiamo capito: tutti questi sistemi sono stati addestrati violando il diritto di autore di centinaia, migliaia, anzi milioni di opere d’arte o d’intelletto. Dai libri alle canzoni, dai siti web alle testate giornalistiche, dai film ai film d’animazione. Di tutti questi contenuti, studiati e analizzati senza che i legittimi proprietari sapessero alcunché, hanno succhiato l’essenza più intima e l’hanno fatta propria, riuscendo poi a ricreare cose nuove (usare la parola “originale” diventa difficile”) con lo stile fatto proprio dopo aver violato, appunto, una proprietà intellettuale.
Tutto ciò è ormai un fatto noto, con varie proteste e denunce fatte non solo da un’azienda, ma da interi settori industriali. L’ultima denuncia, in questo senso, è di pochi giorni fa: l’industria discografica si è scagliata contro Anthropic con una causa da tre miliardi di dollari per aver allenato la propria intelligenza artificiale Claude con musiche, spartiti e testi.
La domanda di questa Insalata quindi è: dov’è che si ferma la pirateria e dove comincia invece la ricerca tecnologica? Dov’è il limite oltre il quale un reato diventa ricerca e sviluppo per la prossima rivoluzione tecnologica? E perché la prima è un reato addirittura morale e la seconda invece è un traguardo tecnologico che merita di essere premiato con valanghe di denaro e sostegno pubblico?
Copiare non è sempre rubare: come abbiamo trasformato una questione economica in una colpa morale
L’equiparazione della pirateria digitale come problema “etico” prima ancora che economico è durata vent’anni buoni. “Copiare equivale a rubare” è diventata una formula semplice e al tempo stesso molto efficace, ripetuta ossessivamente dall’industria della cultura e dell’intrattenimento. Eppure, questa semplificazione nascondeva una enorme forzatura concettuale: rubare significa sottrarre qualcosa di fisico a qualcuno; copiare un bene digitale no. L’originale rimane lì dov’è, inalterato e disponibile per tutti. A cambiare non è quindi la disponibilità del bene, ma il controllo sul suo utilizzo. C’è una bella differenza.
Questa differenza non è un dettaglio semantico, così come il ragionamento che faremo insieme non significa appoggiare a giustificare la pirateria, tutt’altro. È però un modo per ragionare su come stanno le cose e sul perché assumono significati diversi quando cambiano gli attori e soprattutto le proporzioni. Qualcuno potrebbe dire che è qualcosa di assimilabile a quel modo di dire secondo cui se uccidi una persona sei un assassino e se ne uccidi migliaia sei un conquistatore. Ma no, per fortuna non stiamo parlando di vite perse. Piuttosto stiamo ragionando sul diritto che uomini e società private hanno di imporre il loro controllo e di rivendicare la proprietà su un bene intellettuale.
Come spiegava già all’inizio degli anni Duemila Lawrence Lessig, giurista e fondatore delle Creative Commons, il diritto d’autore non è un fatto naturale, ma una costruzione normativa. In Free Culture Lessig lo chiarisce senza ambiguità: il copyright non tutela un limite tecnico intrinseco alle opere, ma disciplina — e spesso irrigidisce — i comportamenti intorno alla loro circolazione. Nel mondo analogico questa regolazione si appoggiava a una scarsità reale: copiare era costoso, richiedeva tempo e il risultato era largamente imperfetto. Nel mondo digitale, invece, la copia è istantanea, perfetta e a costo marginale zero. È proprio questo salto tecnologico ad aver incrinato l’equilibrio precedente e ad aver reso necessario, per chi deteneva i diritti, un rafforzamento senza precedenti, non solo delle norme, ma anche della narrazione morale che le accompagna.
Negli anni della diffusione di Napster, eMule e BitTorrent, la risposta dell’industria non fu tanto l’innovazione dei modelli distributivi, quanto una strategia di colpevolizzazione diffusa dell’utente. Spot, campagne, persino — come ricordavo prima — filmati nelle sale cinematografiche insistevano su un messaggio preciso: se copi, stai rubando. Poco importava che numerosi studi — dall’OECD all’Università di Harvard — dimostrassero come la pirateria avesse spesso un effetto neutro o persino positivo sulla diffusione culturale e, in alcuni casi, sulle vendite indirette. La pirateria non veniva affrontata come fenomeno sistemico o sociale, ma come devianza morale individuale. Come una perversione di massa.
Il risultato è stato un curioso cortocircuito culturale: un’intera generazione è cresciuta con l’idea che il gesto tecnico della copia fosse di per sé eticamente scorretto, indipendentemente dal contesto, dalle finalità o dall’asimmetria di potere tra le parti coinvolte. Come ha scritto Yochai Benkler (The Wealth of Networks, 2006), il problema non era l’atto di copiare, ma la perdita di controllo centralizzato sulla circolazione dei contenuti. Eppure, anziché discutere apertamente di modelli economici sostenibili nell’era digitale, si è preferito costruire un impianto normativo sempre più repressivo, culminato in leggi come il DMCA statunitense o, in Europa, nella Direttiva Copyright del 2019.
In questo quadro, la pirateria è diventata il peccato originale del cittadino digitale. Un’etichetta utile a stabilire una linea di confine netta tra ciò che è legittimo e ciò che non lo è. Una linea che, come vedremo, si è dimostrata sorprendentemente flessibile nel momento in cui a copiare non sono più stati gli utenti, ma le piattaforme.
Dataset, scraping e addestramento: quando la copia diventa infrastruttura
Con l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa, la copia non è solo tornata legittima, è diventata addirittura indispensabile. I grandi modelli linguistici e visivi che oggi utilizziamo quotidianamente si basano su un principio, tutto sommato semplice: per funzionare, devono essere addestrati su quantità colossali di contenuti preesistenti. Testi, immagini, codice, musica, articoli giornalistici, libri: tutto ciò che l’umanità ha prodotto in forma digitale diventa potenzialmente materia prima da plasmare per generare qualcosa che è la somma o il rimescolamento di tutto quello che l’essere umano ha creato. Anzi, no: di tutto ciò che è stato dato in pasto a questi modelli.
Ne consegue che più materiali si forniscono loro, migliore sarà la qualità dei risultati, e quindi l’affidabilità del modello, la sua credibilità e — eccoci qui, infine — il suo valore economico. Ma qual è, invece, il valore economico dei contenuti su cui è stato addestrato?
È proprio in questo punto che la distinzione morale costruita negli anni precedenti inizia a incrinarsi. Lo stesso gesto — copiare, archiviare, riutilizzare — che per l’utente finale era considerato pirateria, diventa improvvisamente “training”, “scraping” o “data ingestion” quando a compierlo sono le grandi aziende tecnologiche. Aziende come OpenAI, Google, Meta o NVIDIA, che basano una parte significativa del loro vantaggio competitivo proprio sull’accesso privilegiato a enormi quantità di dati. Un accesso privilegiato che, in realtà, nessuno ha concesso loro esplicitamente: se lo sono preso, consapevoli della propria impunità.
Secondo documenti emersi in diverse cause legali negli Stati Uniti, molti di questi dataset includono materiale protetto da copyright, raccolto senza autorizzazione esplicita degli autori. È il caso delle azioni intentate da scrittori, illustratori e da aziende come Getty Images contro OpenAI e Stability AI. Il punto non è tanto se questi modelli “memorizzino” le opere, quanto il fatto che il loro valore economico derivi da un’operazione di copia sistematica e industriale. Un’operazione che, se compiuta da un individuo, sarebbe stata facilmente classificata come illegale.
Il paradosso è evidente: mentre l’utente che scarica un film viene perseguito in nome della tutela dei creatori, le piattaforme che assorbono milioni di opere per addestrare modelli commerciali vengono difese in nome dell’innovazione. La giustificazione ricorrente è quella del fair use, un concetto giuridico nato per consentire citazioni, parodie e usi limitati, oggi esteso fino a giustificare l’addestramento di sistemi capaci di sostituire — almeno in parte — il lavoro creativo umano. Come ha osservato l’US Copyright Office nel suo report del 2023 sull’IA generativa, il quadro normativo attuale non era stato pensato per un simile livello di riutilizzo automatizzato dei contenuti.
Emerge soprattutto un’altra grande differenza in tutto questo legittimare le grandi aziende: il singolo utente che copia un film lo fa per uso personale. L’azienda che utilizza quel materiale senza autorizzazione per addestrare un modello, al contrario, ci crea un business di dimensioni incredibili.
Ancora una volta, non è la tecnologia a essere neutra, ma il contesto di potere in cui viene applicata. La copia smette di essere un problema etico nel momento in cui diventa parte inscindibile di un sistema che fa comodo a tanti. In altre parole, non si tratta più di di una violazione, ma è un investimento.
Non è una questione di copyright, ma di asimmetria: chi decide cosa è lecito copiare?
Arrivati a questo punto, diventa difficile sostenere che il dibattito sulla pirateria sia davvero una questione di principio. Piuttosto, appare sempre più come una questione di asimmetria. Asimmetria di potere, di risorse, di accesso al diritto, di impunità delle grandi corporation. Perché la linea che separa ciò che è lecito da ciò che non lo è non viene tracciata in base all’atto in sé, ma in base a chi lo compie. Non è l’azione a essere punibile o meno, bensì chi la compie: un principio che, se ci si riflette, sembra quasi il contrario del fondamento giuridico a cui siamo abituati.
Questo meccanismo non è nuovo. Shoshana Zuboff, nel suo The Age of Surveillance Capitalism, descrive come le grandi piattaforme abbiano progressivamente normalizzato pratiche che, se adottate da attori più piccoli, sarebbero state considerate inaccettabili. La raccolta massiva di dati, la loro elaborazione e monetizzazione sono diventate legittime non perché innocue, ma perché economicamente strategiche. E soprattutto perché non possiamo fare a meno di questi servizi che si insinuano nelle nostre vite offrendoci molto, in modo apparentemente del tutto gratuito. Quando capiamo finalmente da cosa queste aziende traggono profitto, è troppo tardi.
Lo stesso vale per il copyright. Come sottolinea spesso Cory Doctorow, attivista e autore legato all’Electronic Frontier Foundation, le leggi sul diritto d’autore tendono a essere applicate in modo selettivo. Non per proteggere i creatori, ma per consolidare posizioni dominanti. Le cause legali intentate contro singoli utenti o piccoli siti servono a mantenere un clima di deterrenza; quelle contro le Big Tech diventano invece lunghi negoziati politici, spesso risolti con compromessi che legittimano retroattivamente pratiche già in atto.
Il risultato è un sistema in cui la violazione del copyright non è più un problema oggettivo, un reato, né tantomeno un fatto eticamente deplorevole. È piuttosto un’opportunità concentrata nelle mani di pochi. Un sistema in cui l’utente è chiamato al rispetto rigoroso delle regole, mentre chi possiede l’infrastruttura può permettersi di ridefinirle. Non è un caso che le stesse aziende che traggono profitto dall’addestramento su contenuti altrui siano anche tra le più attive nel lobbying per plasmare le future normative sull’IA.
Forse, allora, la domanda giusta non è se copiare sia giusto o sbagliato, ma perché abbiamo accettato che a stabilirlo siano sempre gli stessi attori. Perché la pirateria ci è stata raccontata come un problema morale individuale, mentre oggi la copia industriale viene presentata come destino tecnologico inevitabile. In mezzo, restano gli autori, i cittadini, i lavoratori creativi: chiamati prima a sentirsi colpevoli, poi a farsi da parte.
Forse, a pensarci bene, non è proprio una questione che riguarda soltanto la sfera digitale, ma l’organizzazione stessa delle società moderne. Se c’è una lezione da trarre da questa storia, è che nel digitale — e in molti altri contesti — non è illegale ciò che è sbagliato. È illegale ciò che viene fatto senza avere abbastanza potere per difenderlo.
Se sei arrivato fino a qui, innanzitutto ti ringrazio.
Non ci siamo presentati: mi chiamo Franco Aquini e da anni scrivo di tecnologia e lavoro nel marketing e nella comunicazione.
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Franco Aquini




Concordo pienamente Franco. È strana la vita , io ho passato 35/50 anni a sostenente il bello dell’originale. Ho sempre scelto di comprare Originale e di sostenere la proprietà intellettuale , anche donando, come faccio oggi sulla piattaforma Itch.io. Da informatico disincantato , ho paura che il prossimo passo sarà Robocop! Ai , installate sopra macchine , per la difesa di queste immense potenze che sotto mentite spoglie calpesteranno i diritti di chiunque per profitto.
Finché potrò continuerò a supportare l’originale! I miei armadi e cantina non mentono …
Vogliamo poi parlare della tassa dell'Equo compenso ?