Premessa doverosa 1:
Lo dico subito esplicitamente: se sei arrivato qui attratto dal titolo, pensando che sia una newsletter che sostiene posizioni discriminatorie, illiberali, reazionarie (in una parola: di destra), non troverai quello che stai cercando. Questo perché questa newsletter la scrivo io che, pur non avendo una collocazione partitica precisa, ho da sempre posizioni fortemente legate al socialismo democratico — senza disdegnare quello che oggi è un termine demonizzato da tutti, persino in Italia, cioè il comunismo. Che poi è una delle culture politiche che contribuirono alla Resistenza, alla Costituente e alla nascita della Repubblica.
Premessa doverosa 2:
Per tutti coloro che conoscono Insalata Mista, invece, un’altra premessa: questa è un’Insalata insolita. Di solito fornisco fatti, dati, fonti. Oggi invece parlerò di opinioni e in particolar modo opinioni politiche, togliendo il velo a quello che normalmente cerco di tenere nascosto per amore del racconto dei fatti. Se siete arrivati qui per la prima volta, sappiate che Insalata Mista non è questo. Però permettetemi, dopo più di centocinquanta puntate di rigore scientifico, di avere un piccolo sfogo personale e di mettere nero su bianco quello che proprio non riesco a digerire della politica odierna, del dibattito politico, della condotta di un paese che in passato ha fatto tanto e che potrebbe fare molto di più, se solo fosse guidato da una classe dirigente all’altezza.
Fatta questa necessaria — e lunga, mi perdonerete — premessa, in un momento storico in cui si avvicinano le elezioni del parlamento, si ripropone la difficile scelta del voto per le elezioni. Un momento vissuto con estrema difficoltà proprio da chi, come me, ha posizioni chiare, eppure non riesce a trovare un collocamento altrettanto chiaro nei partiti presenti in parlamento e quindi, non riuscendo ad abbandonarsi all’idea di rinunciare a esercitare il diritto più grande di cui godiamo (sì, il voto), cerca in tutti i modi di mandare giù un boccone tanto amaro quanto ormai abituale.
Diciamocelo subito — ma l’ho già premesso nel titolo —: l’attuale sinistra italiana fa schifo, tutta. Questo è il problema di fondo che ritengo ci abbia portato alla situazione attuale, dove un pessimo governo è riuscito addirittura a portare a casa il record di longevità. C’è chi associa questo dato (lo chiamiamo merito?) alla tecnica dell’immobilismo — se non fai niente, difficilmente scontenterai qualcuno —; chi a un’indiscutibile abilità dell’attuale premier di saper tenere i piedi in molteplici e multiformi scarpe. In ogni caso, il vero dato di fatto è che un’alternativa all’attuale governo, praticamente, non esiste. Quantomeno se si guarda al centro e al centro-sinistra. Perché a destra, al contrario, le alternative esistono e sono proprio quelle che guastano il sonno a parecchi esponenti dell’attuale esecutivo. Diciamo pure alla larga parte.
Questa però è Insalata Mista e, seppure in questo caso si tratti della prima Insalata nettamente e apertamente schierata da una parte precisa, non si esimerà dal fare quello che questa newsletter sa fare molto bene (me lo dico da solo): analizzare un fenomeno basandosi su fatti e dati reali. Partiremo quindi dal capire perché questa sinistra fa così schifo. Ragioneremo su cos’è la sinistra, scindendo l’interpretazione politica dagli ideali che ci sono alla base. Infine proverò a elencare i tratti di una sinistra ideale, come l’ho sempre sognata. Cioè quella sinistra che voterei a occhi chiusi.
Se non siete vicini alle mie posizioni e riterrete che non valga la pena leggere i ragionamenti che seguono, potete chiudere questa pagina o disiscrivervi (chissà quanti lo faranno oggi). Personalmente ritengo questo genere di ragionamenti utili a tutte le parti politiche e a tutte le sensibilità. Quello che è un esplicito grido di aiuto ai rappresentanti dei partiti di sinistra può venire utile, secondo me, anche a chi non ha posizioni schierate a priori. E comunque auguro a tutti, in ogni caso, una buona lettura.
Perché questa sinistra fa schifo
Quando ho deciso di scrivere che questa sinistra “fa schifo” e non, con più moderazione, che questa sinistra “dovrebbe essere più coraggiosa”, l’ho fatto con un pensiero preciso in testa. La sinistra italiana — quantomeno quella dell’attuale dirigenza e non mi riferisco soltanto alla segretaria del PD — fa schifo perché le vanno attribuite le più evidenti mancanze politiche che hanno portato all’emergere di porzioni di popolazione che sono sempre più orientate alla negazione dei diritti e al soffocamento delle libertà personali e della tutela delle minoranze.
Se fasce di popolazione sempre crescenti hanno deciso che, tutto sommato, può essere accettabile far sedere in parlamento un partito che apertamente nega i valori della costituzione per avere in cambio la promessa di una fantomatica maggior sicurezza (non lo nomino, ma ci siamo capiti), allora vuol dire che qualcuno ha permesso che quelle stesse persone si sentissero veramente assediate da orde di immigrati pronti a trasformare l’Italia in un far-west islamizzato.
Di più, se torno indietro negli anni, devo dolorosamente ricordare come la sinistra è stata maestra nel gestire nel modo più disumano possibile la disperazione delle persone che affidavano (e affidano) al mare la propria speranza di trovare civiltà e democrazia in Europa. Facendo un veloce ripasso, dopo una serie di accordi italo-libici conclusi tra il 2007 e il 2009, l’Italia effettuò nel maggio 2009 alcuni respingimenti verso la Libia. Nel caso “Hirsi Jamaa”, la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò l’Italia nel 2012 per avere esposto i migranti al rischio di maltrattamenti, per avere effettuato un’espulsione collettiva e per non avere garantito un ricorso effettivo. In sostanza per aver rimpatriato cittadini africani in Libia, considerati a rischio di torture e altre forme di maltrattamento, senza averli identificati e senza averne valutato le richieste.
Dopo tutto questo, nel febbraio 2017, il governo Gentiloni firmò, sempre con la Libia, il memorandum Minniti (che di quel governo era ministro), al fine di contenere i flussi migratori con qualsiasi mezzo possibile. Pazienza se poi questo memorandum ha significato legittimare e sostenere, direttamente o indirettamente, autorità libiche responsabili di detenzioni caratterizzate da violenze e gravi abusi documentati (si parla di torture e stupri di massa).
La sinistra non ha soltanto questa macchia, ma ha anche quella di non essere stata capace di gestire chi, nonostante tutto, riusciva ad arrivare sulle nostre coste. Attenzione: personalmente non considero l’immigrazione, in sé, un’emergenza di sicurezza nazionale. In Italia, in generale, non c’è un reale problema di sicurezza. Lo dicono, per l’appunto, i dati del Viminale: i reati (intesi come delitti contro la persona) sono in netto calo (-4,4% anno su anno nell’ultimo report del 2025, anche se, a dirla tutta, questo valore positivo ingloba anche un preoccupante aumento delle violenze sessuali).
Tuttavia, se si guarda nelle carceri, si scopre che i detenuti stranieri rappresentano circa un terzo della popolazione detenuta, secondo le statistiche del Ministero della Giustizia elaborati da un rapporto di Antigone (al 30 aprile 2026, la popolazione carceraria contava complessivamente 64.412 persone, di cui 20.307 stranieri, pari al 31,5% del totale e allo 0,4 della popolazione straniera residente in Italia in stato di libertà). Un dato che può essere facilmente strumentalizzato, ma che invece va interpretato nell’unico modo possibile: non sostenendo che gli stranieri siano geneticamente più propensi alla delinquenza (e se lo pensi, sei un razzista, non c’è altro da dire). Tra le ipotesi da esaminare ci sono certamente le condizioni socioeconomiche, lo status giuridico, la possibilità di accedere a misure alternative e il fallimento nei percorsi di inclusione. Evidentemente, quindi, qualcosa nel processo di integrazione ha fallito clamorosamente
Gli stessi immigrati sono però fondamentali per la tenuta del nostro tessuto produttivo e per i conti del paese. Anzi, volendo fare due calcoli banali, se nel dopoguerra nascevano circa un milione di italiani l’anno e oggi soltanto 355.000, quei due terzi mancanti andranno rimpiazzati in qualche modo, se vogliamo che tutta la struttura tenga. Altrimenti la denatalità potrà portare a un solo risultato: meno persone in età da lavoro significa meno tasse, meno previdenza sociale, meno servizi. In una parola: la morte del paese.
Il problema vero, però, è che oltre a non aver fatto nulla per gestire in maniera intelligente l’integrazione di chi arriva da altri paesi, la sinistra non è stata nemmeno capace di parlare chiaramente e dire quello che ho appena scritto, e cioè che l’immigrazione non è un vero problema, ma è anzi parte della soluzione. Certo, bisogna avere la capacità di gestirla. Ma per questo paghiamo della gente, no? Limitarsi a fallire nella gestione e poi prendersela con dei poveri disperati, ricacciandoli indietro o facendoli morire in mare (indistintamente che siano delinquenti oppure donne, anziani e bambini), è doppiamente diabolico. Quei poveracci pagano (con la vita) per l’assoluta incapacità di gente pagata fin troppo bene per fare quello che evidentemente non sanno fare. Capisco che dirlo è fortemente impopolare, ma allora mi chiedo: qual è il reale scopo di questa sinistra? È solleticare l’elettorato con i temi che gli sono più cari e non contraddicendolo, oppure portare avanti le proprie posizioni cercando di far capire agli elettori come stanno realmente le cose?
Molti sostengono infatti che alla sinistra manchi coraggio. Io penso che in realtà non sia così. Penso che in realtà questa sinistra abbia smesso di portare avanti le proprie posizioni e abbia cominciato a fare come fanno gli altri partiti: si è piazzata alla finestra cercando di capire dove tira il vento, inseguendo il consenso del popolino e fuggendo dalle posizioni più scomode e impopolari. Solo che facendo così, ha perso due corpi elettorali in un colpo solo: il primo è quello storicamente di sinistra, che (come me) mangia la foglia e capisce che non può più essere rappresentato da un partito del genere. Il secondo è quello incerto o non schierato apertamente.
Il perché è semplicemente dimostrabile: se vai a giocare sul fronte del consenso popolare facile (chiamiamolo “populismo”), a destra ti battono 6-0 senza nemmeno farti toccare palla. E infatti sono anni che il PD — tanto per citare il partito “di sinistra” più popolare — galleggia stabilmente intorno al 20% di consenso fatto da quelle persone che proprio non riesco a pensare di votare altro. Persone che, evidentemente, non voterebbero altri partiti nemmeno sotto tortura. Queste persone, mi chiedo, non meriterebbero un po’ di onestà e un partito che parli chiaramente di temi che sono onestamente di sinistra anziché cercare di dare un colpo al cerchio e uno alla botte per non scontentare nessuno? Perché se non scontenti nessuno, al tempo stesso nemmeno accontenti nessuno e diventi il partito di chi ti vota per non votare altri. Non proprio un grandissimo risultato.
Ma in fondo, cosa significa essere di sinistra?
È una domanda banale quanto, al tempo stesso, complessissima. Personalmente ho smesso di suddividere in questi due schieramenti la visione della società politica. Per me, più che sinistra e destra, esistono due modi molto semplici di concepire il governo dello stato e la società più in generale: c’è chi vuole che lo stato faccia il suo interesse, cioè l’interesse personale dell’elettore, inteso come miglioramento delle sue condizioni personali a scapito di qualsiasi altra cosa (per esempio l’abbassamento dell’età pensionabile anche se questo comporta lo scaricare sulle generazioni future tonnellate di debito pubblico; oppure l’uso dei combustibili fossili a discapito dell’intero pianeta e — ancora una volta — delle generazioni future) e chi invece vede le necessità della collettività venire prima delle proprie (per esempio accettando di pagare più tasse per sostenere un servizio di cui poi beneficeranno tutti, oppure di alzare un po’ per volta l’età pensionabile per permettere a tutti di avere un trattamento pensionistico adeguato o quantomeno dignitoso).
Se si divide in questo modo il modo di vedere la politica, io non ho dubbi sulla parte in cui stare e molti di voi penseranno lo stesso. Ma non è così scontato, perché tutti i giorni posso trovare segnali chiarissimi di come in realtà siano moltissime persone ad avere posizioni del primo tipo. A pensare che il proprio interessa venga prima di qualsiasi altra cosa. «Ma a me chemmene frega a me» direbbe Maccio Capatonda.
Gli americani hanno votato con una maggioranza netta l’attuale presidente (Trump ha preso il 49,8% contro il 48,3% di Kamala Harris e 312 grandi elettori contro 226) in base alla promessa di tornare a un’America dall’economia fortissima e libera dagli immigrati irregolari (il che mi fa sempre ridere tantissimo, essendo stati gli USA creati da Europei, quindi immigrati, che hanno conquistato quelle terre facendo piazza pulita dei veri e legittimi abitanti, che ora ammontano a poco meno di quattro milioni di persone); gli europei — tutti, noi compresi — hanno accettato di buon grado di leggere tutti i giorni il bollettino dei morti in mare (morti atroci di ragazzi, donne, madri anche in attesa e bambini che sognano solamente un mondo migliore in cui vivere dignitosamente) pur di non vedere qualcuno che chiede l’elemosina fuori dal supermercato, soltanto perché la politica non è stata in grado di creare le condizioni perché quell’immigrato potesse dare il suo contributo al paese ospitante.
Infine, una larga parte degli italiani sta valutando seriamente se togliere il supporto all’Ucraina, sia militare che economico. Molti partiti suggeriscono di tornare a comprare il petrolio russo per un mero tornaconto personale, cioè risparmiare qualche decina di euro in bolletta o alla pompa di benzina (si, perché sappiamo bene che ci sono altri meccanismi distorsivi per cui, anche pagando meno il petrolio, pagheremmo comunque molto cara l’energia). Tutto questo chiudendo gli occhi sui diritti di un paese invaso che è, senza dubbio, il fronte dell’Europa contro un paese ostile che da anni ormai compie atti esplicitamente offensivi (prima di tutto con attacchi cyber, che è il terreno dove si combatteranno le guerre del futuro) anche nei confronti dell’Europa.
E qui veniamo al paradosso totale, cioè al fatto che a sostenere queste ultime posizioni siano maggiormente partiti di sinistra. La sinistra più radicale — se così si può chiamare — di AVS, ma anche il Movimento 5 Stelle e persino una certa fronda del PD, non ha una posizione così netta a favore dell’Ucraina, galleggiando in modo incerto su posizioni che vorrebbe non scontentassero né chi sostiene che l’Ucraina va aiutata senza alcun “se” o “ma”, né chi invece non vorrebbe più tirare fuori un euro per sostenere un altro paese.
Si vede quindi un po’ più chiaramente come è sostanzialmente più difficile collocare i due schieramenti di prima — quello più interessato al proprio benessere e quello invece più interessato al benessere della collettività — nei segmenti di destra o sinistra. Se pure la sinistra ritiene plausibile l’accettare di togliere il sostegno a un paese invaso, allora vuol dire che quella sinistra si è dimenticata molte cose del suo stesso passato. Non ultimo di quando l’Italia stessa riuscì a uscire dal suo periodo più buio grazie al coraggio e ai sacrifici eroici dei partigiani (molti dei quali proprio di sinistra), ma anche — non scordiamocelo mai — grazie agli eserciti e agli sforzi economici dei paesi alleati, che se avessero seguito la stessa logica del M5S e di AVS di oggi, ci avrebbero abbandonati e costretti a pagare le conseguenze di un conflitto in cui ci siamo infilati peraltro da soli, non certo invasi da un vicino belligerante come nel caso dell’Ucraina.
Dire poi “sì agli aiuti economici, no alle armi” è doppiamente ipocrita, perché significa volerne uscirne con le mani pulite, chiudendo gli occhi sulle conseguenze indirette di quello che si decide. All’Ucraina, non giriamoci intorno, i soldi servono principalmente per acquistare armi e sistemi di difesa; se scegliamo di dare aiuti economici e non armi, stiamo solamente infilando la testa sotto la sabbia e accettando il fatto che i nostri soldi serviranno a comprare le armi altrove senza che nessuno possa accusarci di averle fornite. Il classico e italianissimo piede in due scarpe. Sarebbe come se tuo figlio ti chiedesse la droga e tu gli rispondessi «no, la droga no, però ecco qui cento euro». Comodo per uscirne puliti nella forma, ma tremendamente ipocrita nella sostanza.
In molti mi daranno dell’incosciente guerrafondaio, lo so, ma figuriamoci, è tutt’altro che così. Però non posso non notare che anche in questo caso, la sinistra italiana, non sembra più incarnare quegli ideali (in questa newsletter il termine “valori” è bannato, sappiatelo) che erano alla base della sinistra come la intendevamo nel dopoguerra. Già, ma quali sono questi ideali?
L’ideale di sinistra e quello di destra (che però non esiste)
Premetto subito: sia la sinistra che la destra possono vantare una bibliografia sterminata di saggi, scritti e manifesti filosofici, politici e teorici. Tuttavia, esiste una differenza strutturale tra le due tradizioni.
I movimenti di sinistra, in particolare nelle loro declinazioni socialiste e comuniste, si fondano su un corpo dottrinale più unitario e solido. Il materialismo storico di Karl Marx e Friedrich Engels, esposto nell’Ideologia tedesca (1845-46) e sintetizzato nel Manifesto del Partito Comunista (1848), fornisce una critica organica del capitalismo basata sulla lotta di classe, sull’egualitarismo e sulla giustizia sociale. Tutto ciò è e rimane alla base dell’ideale socio-comunista: la difesa dei più deboli nei confronti dei “padroni” (leggasi oggi come potenti e prepotenti). Questa unità dottrinale ha prodotto, nel corso del Novecento, tentativi di applicazione pratica che hanno mostrato esiti molto diversi: da esperienze democratiche e riformiste a regimi autoritari e criminali, come lo stalinismo o il maoismo, che hanno distorto gli ideali originari.
La destra, a differenza della tradizione marxista, non è riconducibile a una dottrina unica: comprende correnti diverse, accomunate solo in parte da priorità come autorità, mercato, nazione, tradizione e identità. Carlo Galli, in Perché ancora destra e sinistra, osserva infatti che la destra può far prevalere “l’autorità, le esigenze del mercato o le radici etniche”. Si tratta, in altre parole, di una dottrina più rivolta al fine che all’ideale alla base.
Col tempo, abbiamo sintetizzato questa eterogeneità delle tesi sintetizzando che la destra tende, in opposizione totale con la sinistra, al conservatorismo, al liberalismo, al nazionalismo e al tradizionalismo in opposizione al socialismo. I fondamenti filosofici si basano perlopiù su concetti come tradizione, ordine, gerarchia, totale libertà individuale, nazione e mercato in opposizione al materialismo storico, all’egualitarismo e alla giustizia sociale.
Tutto questo si esplicita però nei programmi politici più vari ed eterogenei. Tolta la questione ucraina, l’elettore può star ragionevolmente certo che la sinistra dovrebbe puntare ai diritti sociali, al rispetto delle minoranze, alla tutela dei più deboli e dei lavoratori. La destra invece può andare dalla discriminazione delle minoranze al riconoscimento delle coppie di fatto, dal sostegno delle aziende e del mercato a provvedimenti che fanno tutto tranne che l’interesse delle aziende. Dall’urlare contro l’immigrazione a parole a diventare, nel caso del governo Meloni, il governo che, attraverso i decreti flussi 2023-2025 e 2026-2028, ha permesso più ingressi di qualsiasi altro governo della Repubblica.
Sull’immigrazione, infatti, le incoerenze sono evidenti. Il programma del centrodestra del 2022 prometteva di “fermare l’immigrazione illegale”, di effettuare il “blocco degli sbarchi” e promosse i famigerati “decreti sicurezza”. La premier Meloni ha ripetuto per anni cose come: “L’immigrazione va fermata”, “Basta sbarchi”, “Priorità agli italiani”. Tuttavia: Il governo Meloni ha approvato il decreto flussi 2023-2025 con 452.000 ingressi autorizzati in tre anni, il valore più alto della serie storica recente.
Nel giugno 2025 è stato varato un nuovo decreto flussi 2026-2028 con ulteriori 500.000 ingressi, portando il totale a circa 950.000 ingressi autorizzati in cinque anni. Come nota Il Foglio nel dicembre 2025: «Nessun governo ha mai portato così tanti migranti regolari in Italia come ai tempi di Meloni, grazie al decreto flussi più imponente della storia della Repubblica». Questo fatto potrebbe essere letto come un dato positivo, dato che formalmente la destra combatte gli immigrati irregolari, non quelli regolari. Ma in Italia, ormai tutti dovrebbero saperlo, non c’è realmente un modo per entrare regolarmente se provieni da certi paesi. Basti pensare che paesi come Burkina Faso, Burundi, Camerun, Ciad, Eritrea, Niger, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e molti altri, non hanno un’ambasciata italiana residente. E dove c’è un altro tipo di rappresentanza, esiste comunque un problema di corruzione che rende tutto ancora più difficile, lo dichiara, tra l’altro, il nostro Ministero degli Affari Esteri.
E infatti, scrive Avvenire nell’agosto 2026: «Negli anni dell’esecutivo di centrodestra si è avuto un allargamento del numero di ingressi e una vasta emersione di lavoratori già presenti sul territorio». Quindi, a voler stringere, questi decreti non hanno regolarizzato i flussi di immigrati regolari, ma hanno regolarizzato immigrati irregolari che erano già sul nostro territorio. Questo per due motivi: 1) le aziende hanno bisogno di forza lavoro che non trovano in Italia 2) da moltissimi paesi non si può arrivare qui legalmente. Altrimenti — e questo risponde alla classica domanda da bar — anziché spendere migliaia di dollari per affrontare un viaggio potenzialmente fatale in mare dopo subito torture e stupri in Libia, molti di loro sceglierebbero comodamente un aereo di linea.
Questa discrepanza tra retorica e prassi si spiega con la natura stessa della destra: un insieme di famiglie ideologiche (conservatorismo, nazionalismo, liberalismo economico) che possono coesistere nello stesso governo ma con priorità diverse. La Lega spinge per restrizioni migratorie e sicurezza; Fratelli d’Italia bilancia tra sovranismo e realismo economico; Forza Italia difende gli interessi delle imprese. Il risultato è una politica migratoria che, pur mantenendo un linguaggio duro, di fatto amplia gli ingressi regolari per rispondere alle esigenze del mercato del lavoro e alla crisi demografica.
Come vorrei che fosse la vera sinistra del futuro
A questo punto, ci si potrebbe chiedere “ma quindi come dovrebbe essere questa sinistra?”. Per avere il mio voto, cieco e indiscutibile, il mio partito ideale dovrebbe fare due cose, semplici e lineari:
La prima è quella di assumersi le proprie, spesso gravi responsabilità: gran parte dei problemi attuali e delle paure della popolazione che ha scelto di votare partiti di destra estrema derivano da inefficaci (quando non criminali) politiche attuate anche dai governi di sinistra. Se oggi non esistono programmi di integrazione realmente efficaci e un’organizzazione seria e organizzata degli sbarchi, di chi può essere la colpa se non di chi a parole non criminalizza l’immigrazione, ma nei fatti non fa niente per gestirla al meglio? Se oggi accogliamo chi fugge a vario titolo da un paese lasciandolo girovagare per un centro d’accoglienza, senza un’occupazione e un programma preciso per l’integrazione — quando non in giro per la città o nelle stazioni, facile preda della criminalità organizzata o del vagabondaggio — di chi è la colpa? Se spesso queste persone, cadute nella trappola della micro criminalità o per altre cause che niente hanno a che fare con la criminalità, finiscono in carcere imbottite di psicofarmaci e in molti casi decidono tragicamente di togliersi la vita, di chi è la colpa se non di chi non ha fatto quello che solo la sinistra avrebbe dovuto fare?
Partiamo da qui, quindi: ammettiamo che la sinistra non ha saputo fare la sinistra. Ammettiamo che la sinistra da anni ha maturato un distacco completo nei confronti di chi, a parole, si impegna a proteggere: lavoratori, poveri, i più deboli. E questo perché il benessere, ahimè, dà dipendenza. Chi parte con un ideale forte, poi, una volta arrivato al potere, si abitua troppo facilmente alle comodità che il potere stesso offre. Forse è un meccanismo di autodifesa stesso del potere: chi ce l’ha si abitua troppo velocemente ad averlo e alla fine non può farne più a meno, dimenticando le ragioni originarie per cui egli stesso è arrivato lì dov’è. Questo forse è anche il motivo per cui poi, nel corso della storia, è capitato spesso che fosse il popolo stesso a rimettere in ordine le cose.
La seconda cosa che la sinistra dovrebbe fare è quella di parlare chiaro, senza timore di scontentare un elettorato che in fondo non esiste. Perché se sei di sinistra e ti dichiari contro una tassa sul patrimonio, vuol dire che semplicemente non sei di sinistra. Torno a quello che ho scritto prima: un principio fondativo di qualsiasi ideale di sinistra è quello di mettere prima la collettività rispetto agli interessi del singolo. Se sei contrario al fatto che chi ha di più ci metta qualcosa in più per il bene della collettività, della società, allora c’è un problema di fondo.
Anzi, più che la patrimoniale in punta di piedi, come quella di cui parlano gli attuali partiti di sinistra, io proporrei di rivedere completamente le attuali aliquote Irpef, perché è illogico che siano rimaste le stesse (modifica più, modifica meno) da vent’anni a questa parte. Mi spiego: le aliquote oggi vanno dal 23% al 43%, con una no-tax area (in pratica una soglia al di sotto della quale non si pagano tasse) di 8.500€ per i lavoratori dipendenti.
Questo schema è fortemente iniquo, perché col progredire degli stipendi (se pure con incrementi minimi e non comparabili con l’aumento dell’inflazione), questa soglia ha perso valore e concentrato i valori medi di reddito all’interno delle prime fasce tassate. In altre parole, sempre più persone sono uscite dalla no-tax area (basti guardare il grafico dell’andamento della no-tax area nominale e aggiustata con l’inflazione per capire come questa soglia si sia addirittura abbassata negli anni) per entrare nella prima aliquota di tassazione. Questo significa che, nonostante i ripetuti aumenti nominali, la soglia di esenzione Irpef ha perso potere d’acquisto nel lungo periodo, contribuendo al fenomeno del fiscal drag (l’inflazione spinge i redditi verso scaglioni superiori anche se il reddito reale non cresce).
Al contrario, chi ha visto i proprio redditi crescere sempre di più è rimasto a pagare sempre la stessa percentuale di tasse da più di vent’anni a questa parte, in netta riduzione rispetto al passato. È incredibile prendere la serie storica degli scaglioni Irpef e paragonarli agli attuali, che sono incredibilmente più favorevoli nello scaglione più alto.

Nel 1974, con la riforma Visentini, l’Italia introdusse l’Irpef con una struttura fortemente progressiva (principio sancito nella Costituzione): 32 scaglioni con aliquote dal 10% al 72%. L’ultimo scaglione supera i 58 milioni di euro (attualizzando i valori al 2026), garantendo una tassazione molto elevata sui redditi altissimi. Poi, con la riforma Visco (ministro del primo governo Prodi. Sì, governo di sinistra), si arriva a 5 scaglioni con aliquote dal 10% al 46%. Nonostante la riduzione della progressività e l’abbassamento dell’aliquota massima, si ha ancora un ventaglio molto più ampio dell’attuale. Poi, nel 2003, sotto il governo Berlusconi, l’aliquota minima sale al 23% e quella massima scende al 43%: la differenza si riduce quindi a 20 punti, meno di un terzo rispetto al 1974, aumentando notevolmente la soglia di tassazione per i redditi più bassi e abbassando quella per i redditi più alti. Una riforma se non altro coerente con gli ideali di una destra molto più attenta a tutelare gli interessi del proprio elettorato di riferimento che quelli della popolazione in generale.
La sinistra di oggi dovrebbe ripristinare la progressività nell’imposta sui redditi, alzare la soglia non tassabile tenendo conto dell’inflazione attuale, magari con un meccanismo di autoindicizzazione all’inflazione. E poi devono aumentare le aliquote verso l’alto. Com’è possibile che chi guadagna 55.000€ arriva a pagare la stessa percentuale di chi ne guadagna 500.000€, se non di più (e so benissimo che si paga il 43% solo sulla parte eccedente i 50.001€ per effetto della progressività)? E poi — questo sì introdotto timidamente dalle proposte di alcuni partiti di sinistra — serve spostare un pezzo della tassazione sul patrimonio, anche per portare alla luce redditi sommersi che oggi riescono ancora a farla franca. Lo dimostra l’Osservatorio di Itinerari previdenziali presentato al Cnel il 24 settembre, pochi giorni fa: il 30% di italiani si fa carico del 78,7% dell’Irpef, 8 milioni di italiani pagano in media 19€ l’anno di irpef e 24 milioni non dichiarano addirittura redditi. Vi sembra possibile?
E qui, però, devo aggiungere un’altra cosa: se c’è una cosa su cui la sinistra deve fare chiarezza è un aspetto ideologico nascosto e velenoso: la tassazione sui redditi non deve essere più vista come una “punizione”, perché chi guadagna di più non ha fatto nulla di male, se li ha guadagnati onestamente. Quindi, chi ha un reddito alto non deve essere equiparato a un “paperone” o a un ricco. Deve, semplicemente, contribuire di più. Tutto qui. Ho visto usare queste definizioni anche per chi percepisce centomila euro l’anno lorde, figuriamoci. Facile fare il titolo sui ricchi che guadagnano 100.000€ l’anno, meno facile è fare il calcolo e stabilire che alla fine, il netto, equivale più o meno a quanto guadagna cumulativamente l’anno una coppia di impiegati con un po’ di anzianità sulle spalle e la quattordicesima.
Il potere dà dipendenza e oggi conta più mantenere lo status quo che combattere per un’idea
Con la scomparsa di Emma Bonino, scompare anche l’ultimo esempio di una vita spesa per fare vera politica. Di quella politica che ti portava a farti arrestare pur di portare avanti le tue ragioni. Oggi la politica è invece un’opportunità per guadagnarsi la propria fetta di potere e assicurarsi un futuro di benessere e di esercizio del potere che, l’ho già scritto prima, dà assuefazione come il bisogno di salire su un palco per un’artista.
Questo è il vero nocciolo della questione: chi raggiunge i livelli più alti della dirigenza politica, poi non riesce più a farne a meno e la paura di perdere quel posto lo porta a essere prudente, a misurare le parole, a fare dichiarazioni che non scontentino nessuno. Lo stesso si ribalta sulle politiche che metterà in atto: al posto di una vera riforma che ristruttura completamente, meglio un bonus che vale per una stagione, non risolve nulla e rompe i conti del bilancio; al posto di battaglie culturali per i diritti delle minoranze, meglio dichiarazioni che non dicono nulla e non prendono posizioni vere (meraviglioso e rappresentativo, in questo senso, il “Non condivido né condanno” di Meloni sulla guerra degli Stati Uniti contro l’Iran di marzo 2026).
Oggi la politica è questa cosa qui: se ti chiedono un parere, prima di rispondere ti guardi intorno, fiuti l’aria, dai uno sguardo ai social e ai sondaggi politici e poi rispondi con una formula di rito che cerchi di tenere insieme gli agglomerati più numerosi di elettorato. Ecco come si è arrivati a questo punto, ecco come si è arrivati al punto in cui le destre estreme tornano a conquistare percentuali ampie di consenso, ironicamente proprio in un decennio che, appena un secolo fa, segnò l’ascesa del male in tutta Europa.
Quello che vorrei suggerire alla sinistra, quindi, dopo aver stabilito che fino a oggi ha fatto più o meno sempre schifo — senza toglierle i meriti che indubbiamente ha anche avuto — è una richiesta semplice: per favore, dateci modo di andare a votare senza doverci tappare il naso. Abbiamo bisogno di ricominciare a credere che ci sia una parte politica che fa gli interessi di chi, come me, sui principi di base non ha mai avuto dubbi: la collettività viene prima degli interessi del singolo. In qualsiasi contesto e periodo storico.
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