Che cos’è realmente la felicità
Cos'è davvero la felicità? Duemila anni di filosofia, il paradosso di Easterlin e tre generazioni a confronto per capire se la stiamo cercando nel posto giusto.
C’è forse un termine che più di tutti — persino più del concetto di amore — attraversa trasversalmente le diverse scienze e discipline che hanno provato a dargli un significato univoco, finendo però per riconoscergli una molteplicità di significati mutevoli non solo nel tempo, ma anche nello spazio geografico e attraverso le diverse generazioni e classi sociali: è la felicità.
La felicità è un concetto astratto che è stato definito nel tempo dalla filosofia, dalla psicologia e infine dalla letteratura e persino dall’economia. Ma è un concetto estremamente variabile, perché riguarda il benessere di un essere umano — e il benessere è qualcosa di complesso, che cambia non solo al variare delle condizioni materiali della vita, ma anche in base alla visione del mondo di chi la vive, a quella che i tedeschi saggiamente chiamano Weltanschauung.
Felice è chi si sente appagato, chi ha realizzato o sente di realizzare i propri desideri. E poi? Una volta che questi sono stati realizzati, cosa succede? Ne cerca di altri, sempre più alti, finché arriverà ad averne di un tipo che non potrà mai realizzare — e dunque sarà infelice? Da qualsiasi lato la si guardi, questa sembra più una ricerca dell’infelicità che della felicità.
Ho cominciato a pensare seriamente alla felicità quando ho avuto le prime difficoltà economiche. Normali difficoltà come quelle che tutti affrontiamo per mettere su casa e famiglia. Da quel momento, le difficoltà economiche non mi hanno più abbandonato perché probabilmente non sono mai stato capace di accontentarmi. C’è stato un momento in cui avrei potuto finalmente vivere tranquillamente, con una buona stabilità economica, senza attraversare più quei periodi di difficoltà che in passato mi avevano spinto a interrogarmi sulla felicità — e dunque a mettere in discussione la mia — ma invece sono andato avanti, in una costante ricerca di qualcosa che forse non raggiungerò mai.
In questo modo, quindi, ho realizzato che la ricerca della felicità è un circolo senza fine. Prima cerchi una stabilità economica che ti permetta di vivere indipendentemente dai tuoi genitori. Poi che ti permetta di acquistare una casa, avere dei figli, cambiare l’auto, fare delle vacanze — che subiscono anche quelle un’evoluzione e via via diventano sempre più “esperienziali”. Poi la casa al mare o in campagna, e via di seguito, in una spirale continua di desideri sempre più alti.
Messa così, la felicità non la si raggiunge mai, perché si è sempre impegnati ad alzare l’asticella. E più il desiderio è alto e irraggiungibile, più alto è il senso di frustrazione, di insoddisfazione e, in definitiva, di infelicità.
A volte penso ai miei genitori, la generazione prima della mia. Per loro la felicità era raggiungere la stabilità economica garantita da un posto di lavoro. Il famoso “posto fisso”, che significava poter mettere su famiglia. Quella era la felicità; tutto il resto era in più. Oggi, avere un posto di lavoro non dà più le stesse garanzie di cinquant’anni fa. Ricordo che la nostra famiglia, pur essendo monoreddito, riuscì ad acquistare un appartamento in città, avere due auto, crescere due figli senza rinunce — compresi gli studi extrascolastici — e costruire per noi le premesse per un futuro con più possibilità della media. Pensare di farlo oggi, con un solo stipendio, anche buono, è pura follia.
Ciononostante, nel mio piccolo sto riuscendo a fare più o meno le stesse cose, anzi molto di più. Eppure non riesco a ritrovare in me la stessa serenità con cui i miei genitori affrontavano la vita. O meglio: la stessa apparente serenità con cui, a me bambino, sembrava che la affrontassero.
C’è però una cosa di cui sono certo: quello che li differenziava da me era una scala di priorità molto diversa. Ne dico una su tutte: a quarantasette anni ho già cambiato più auto di quante ne cambiò mio padre in tutta la sua vita. Quando i miei comprarono la prima casetta in campagna, ricordo che la notte bisognava uscire sul terrazzo per andare in bagno. Ci vollero decenni prima che la ristrutturassero, superando quello che era, oggettivamente, un grosso disagio. Eppure in quella casa col bagno sul terrazzo — che io non potrei nemmeno prendere in considerazione di acquistare senza un bagno con doccia e sanitari nuovi — ho passato i migliori anni della mia infanzia.
La felicità, quindi, è quella sensazione che si prova quando si raggiunge un obiettivo o si realizzano i propri desideri. Ma il mondo in cui viviamo ci porta ad averne sempre di nuovi, sempre più alti — e quella soddisfazione piena non la raggiungiamo mai. Siamo dunque condannati all’infelicità, o c’è un modo per fermarsi e riconoscere tutto quello di cui disponiamo, che avrebbe reso più che felici i nostri genitori e le generazioni passate?
Preparatevi quindi per un’Insalata un po’ insolita e molto personale. Mi perdoneranno i nuovi iscritti e chi è arrivato cercando qualcosa di molto scientifico e tecnologico. A volte certe domande emergono con più urgenza di altre, e allora le ricerche sul browser prendono un’altra piega — più filosofica, ma non meno scientifica.
Una premessa metodologica: questa Insalata tratta, per forza di cose, temi molto alti e complessi, di origine filosofica e psicologica. Temi che, come saprete, non padroneggio. La vulgata vorrebbe che uno non dovrebbe parlare di cose che non conosce bene e questo è sicuramente un fatto, ma la premessa di Insalata Mista è sempre stata un’altra: riportarvi le mie ricerche e i miei approfondimenti su temi che mi hanno incuriosito e da cui è scaturita un’indagine che poi traduco in questi articoli. Includo sempre, proprio per essere il più trasparente possibile, tutti i link alle fonti, così che ognuno possa verificare, approfondire, espandere quello che, per forza di cose, posso soltanto accennare.
Cosa significa il termine “felicità” e da dove deriva
Già a prendere la traduzione inglese del termine “felicità”, ovvero “happyness”, qualche dubbio viene, no? Happyness sa più di contentezza, poi bisognerebbe chiedere a un madrelingua, ma la sensazione è che il termine “felicità” nasconda molti significati stratificati.
E infatti, andando un po’ a fondo, si trovano due origini distinte, una più rivolta al godimento puro del momento — quella che forse è più vicina al concetto odierno di felicità — e l’altra che invece riguarda più lo spirito e il benessere interiore. Curiosamente, è quest’ultimo il termine che traduciamo (impropriamente) come “felicità”, ma invece è qualcosa di molto distante.
Essere felici, per i greci, significava essere in compagnia di un buono spirito. Quindi non è mai uno stato emotivo, ma una condizione dell’anima in cui si vive secondo la propria natura più autentica. In parallelo esisteva un’altra parola, olbios in greco e felix in latino, che indicava invece la felicità come fortuna materiale — chi possedeva molti beni era felix. Due concetti distinti che noi, in italiano, schiacciamo in una sola parola.
Da questa biforcazione originaria sono nate due grandi tradizioni filosofiche che si confrontano da oltre duemila anni. Le accennavo prima, ora vado un po’ più nel dettaglio: la prima è quella eudaimonica, che arriva da Socrate, Platone e Aristotele, i quali sostengono che la felicità vera non dipende da ciò che si possiede o da come ci si sente in un dato momento, ma da come si vive. Per Aristotele la felicità consiste nel realizzare la propria natura — ed essendo l’essenza dell’uomo la ragione e la virtù, non si può essere felici senza essere razionali e buoni.
La seconda è quella edonica, inaugurata da Aristippo di Cirene: la felicità è piacere, godimento, assenza di dolore. Epicuro la raffinerà distinguendo tra piaceri cinetici — immediati, transitori, che lasciano l’uomo più insoddisfatto di prima — e piaceri catastatici, cioè piaceri durevoli, legati alla capacità di accontentarsi e godere del presente senza angoscia per il futuro. La sua immagine rimane una delle più belle della filosofia antica: la vita è come un banchetto da cui si può essere scacciati all’improvviso; il convitato saggio non si abbuffa, non attende le portate più raffinate, ma sa accontentarsi di quello che ha avuto ed è pronto ad andarsene senza rimpianti. Vedete come già con Epicuro compaia il concetto di transitorietà della felicità e della ricerca della soddisfazione del desiderio che lascia più insoddisfatti di prima.
Nel corso dei secoli, il concetto si è trasformato ancora. Il Cristianesimo ci ha messo chiaramente l’aspetto religioso, ribaltando completamente il concetto: la vera felicità — ovvero la beatitudo — non è di questo mondo. L’esempio lampante, in questo senso, è Sant’Agostino, che cerca prima la felicità negli onori e nella filosofia senza trovarla. Dopo la conversione Agostino capirà che soltanto con il raggiungimento del bene perfetto, che è Dio, potrà essere davvero felice.
Con l’Illuminismo e la modernità, la felicità smette di essere un fatto privato o spirituale e diventa una questione pubblica. Jeremy Bentham, filosofo inglese del Settecento, compie un passo radicale e sostiene che la felicità si può misurare, sommare e distribuire. La sua formula è semplice e rivoluzionaria: il massimo della felicità per il massimo numero di persone e trasforma la felicità da traguardo individuale a obiettivo della politica e dello Stato. Non si tratta più di capire come un singolo uomo possa essere felice, ma di costruire una società in cui il benessere collettivo sia il metro di giudizio di ogni legge e ogni decisione. È un’idea che risuona ancora oggi ogni volta che un governo cita i sondaggi sulla qualità della vita, o che un’azienda misura la soddisfazione dei propri dipendenti. Ecco che la felicità comincia a diventare sempre di più corrispondente al concetto di “benessere”. Sei felice se sei in grado di soddisfare i tuoi bisogni di base e dunque a vivere in condizione di benessere.
Ma la modernità porta con sé anche un’altra svolta. Man mano che la psicologia diventa una scienza, ci si rende conto che le due grandi filosofie — quella del piacere immediato e quella del significato — non sono poi così incompatibili. Nella vita reale, nessuno persegue solo l’una o solo l’altra. C’è chi trova piacere in qualcosa di significativo, e chi trova significato in qualcosa di piacevole, come una cena tra amici. I ricercatori contemporanei riconoscono che il benessere più pieno si raggiunge intrecciando entrambe le dimensioni: la soddisfazione immediata che stabilizza, e il senso profondo che fa crescere.
Eppure la tensione originaria tra i due concetti non sparisce del tutto. E continua a farsi sentire nella vita di ognuno di noi, spesso nei momenti di svolta: quando si cambia lavoro, quando si sceglie come trascorrere il tempo libero, quando si decide quanto sacrificare oggi per qualcosa che conta domani. La domanda che Aristippo e Aristotele si ponevano in modo astratto, noi ce la poniamo oggi in modo molto concreto: sto cercando di stare bene adesso, o sto cercando di vivere bene la mia vita? E la risposta — lo sappiamo tutti — non è mai così semplice come vorremmo.
Il paradosso di Easterlin: più ricchi ma non più felici
Vuoi o non vuoi, quando parli di felicità, arriverai a parlare di soldi. Woody Allen diceva che “i soldi non danno la felicità, figurati la miseria”. Io ricordo anche un fantastico Maurizio Costanzo, anche se non ne trovo traccia online, che una volta disse che “I soldi non fanno la felicità, ma certo le danno una grossa mano”. È inevitabile: i soldi spesso, non sempre, possono comprare tante cose, tra cui certamente il benessere.

C’è però un famoso economista dell’Università della Pennsylvania che nel 1974 formulò una teoria divenuta nota come “Il paradosso di Easterlin”. Lui era appunto Richard Easterlin. Il paradosso afferma che, in un dato momento, la felicità varia direttamente in base al reddito, sia tra le diverse nazioni che al loro interno; ma nel tempo, la felicità non aumenta man mano che il reddito continua a crescere: mentre le persone con redditi più alti sono in genere più felici delle loro controparti con redditi più bassi in un dato momento, i redditi più alti non producono maggiore felicità nel tempo.
Il altre parole, il paradosso di Easterlin è la contraddizione tra le osservazioni sulla relazione tra felicità e reddito in un dato momento (i più ricchi sono più felici) e l’evidenza di lungo periodo: nel tempo, la crescita del PIL non produce un aumento della soddisfazione di vita media.
Andando ancora più nel concreto e basandosi sulle serie di dati che Easterlin studiò prima di formulare la sua teoria, si notò che negli USA, il PIL pro capite era cresciuto enormemente dalla metà del Novecento, ma le misure di soddisfazione media di vita erano rimaste sostanzialmente piatte.
Il meccanismo si chiama hedonic treadmill (tapis roulant edonico, torna la definizione di felicità di Aristippo): aumenti di reddito, promozioni e acquisti generano picchi di felicità a breve termine, ma questi guadagni si esauriscono man mano che si stabiliscono nuove basi di confronto. Gli individui devono continuamente correre — guadagnare di più, consumare di più, realizzare di più — solo per mantenere la stessa posizione soggettiva.
L’hedonic treadmill, il tapis roulant edonico, è in sostanza il concetto della corsa sul posto: corri sempre più veloce per restare nello stesso punto. Non perché tu sia ingrato o esigente, ma perché il sistema — qualcuno direbbe a ragione che è il sistema consumistico-capitalista — funziona così. Ogni miglioramento diventa rapidamente la nuova normalità, e la soddisfazione che produceva si azzera.
Per spiegare ancora meglio questo concetto, ho voluto mettere a confronto la generazione dei miei genitori, nati intorno al 1940, e la mia, nata negli anni Settanta. Chi è nato intorno al 1940 ha vissuto la propria vita adulta come una sequenza di miglioramenti tangibili e misurabili. Partiva spesso da condizioni di scarsità reale: case senza riscaldamento, pochi vestiti, cibo non sempre garantito. Ogni conquista successiva — il frigorifero, la televisione, l’automobile, la casa di proprietà, le vacanze estive — era un salto di qualità oggettivo rispetto al punto di partenza. La felicità, in quel contesto, aveva un metro di paragone molto concreto: potevi guardarti intorno e dire: “sto meglio di come stavo, sto meglio di come stavano i miei genitori”. Il progresso era visibile.
Chi è nato negli anni Settanta ha ereditato invece un mondo già attrezzato. Frigorifero, televisione e automobile erano dati per scontati fin dall’infanzia, non conquiste da celebrare. Il punto di partenza era già più alto — e questo, paradossalmente, ha reso tutto più difficile. Non perché la vita fosse peggiore in senso assoluto, ma perché il metro di misura si era spostato. Le aspettative erano cresciute insieme al benessere, e continuavano a crescere spinte da nuovi modelli di riferimento: prima la pubblicità, poi internet e oggi i social media, che mostrano continuamente vite più belle, carriere più brillanti, case più grandi. Lo scarto tra quello che ci si aspettava di ottenere e quello che si riesce effettivamente a costruire non è più colmabile con un frigorifero nuovo. Richiede molto di più, spesso qualcosa che non si riuscirà mai a ottenere.
Quindi la felicità è un traguardo o un’abitudine?
C’è una domanda che attraversa tutto il discorso sulla felicità e che diventa ancora più nitida se la si guarda attraverso le generazioni: la felicità è qualcosa che si raggiunge, o qualcosa che si pratica? È un dato di fatto, è qualcosa di concreto che si è conquistato, o uno stato dell’anima da raggiungere attraverso un percorso interiore di crescita personale? Insomma, per riassumere: è edonica o eudaimonica? Alla fine, siamo ritornati al punto di partenza.
Per chi è nato intorno al 1940, la risposta era quasi ovvia: la felicità era un traguardo. Aveva una forma precisa e socialmente condivisa — la casa di proprietà, un lavoro stabile, i figli sistemati, la pensione. Erano obiettivi concreti, sequenziali, verificabili. Si sapeva quando li si aveva raggiunti. E una volta raggiunti, davano diritto a qualcosa che assomigliava alla serenità e dunque alla felicità. Non era una felicità particolarmente riflessiva o interiore — non ci si interrogava molto su cosa si provasse davvero — ma era solida, riconoscibile, condivisa con tutti gli altri che percorrevano lo stesso cammino. La strada era tracciata e seguirla era di per sé rassicurante.
Per chi è nato intorno agli anni Settanta, invece, quella strada ha cominciato a sfaldarsi. Le tappe tradizionali si sono fatte più incerte, più costose, più lontane. La casa, il lavoro stabile, la famiglia: tutto è rimasto desiderabile, ma non più garantito come punto di arrivo naturale. E nel frattempo è esplosa l’idea — alimentata dalla psicologia popolare, dai libri di crescita personale, dalla cultura terapeutica che si è diffusa dagli anni Novanta in poi — che la felicità non sia qualcosa che si trova fuori, ma qualcosa che si costruisce dentro. Uno stato personale da coltivare, una pratica quotidiana, una responsabilità personale. Il messaggio era in apparenza liberatorio: non dipendi dalle circostanze esterne, puoi lavorare su te stesso. Ma conteneva anche un rovescio della medaglia bello pesante: se non sei felice, di conseguenza, è colpa tua. Non hai lavorato abbastanza su te stesso. Non hai scelto bene. Non hai ottimizzato.
La Gen Z ha ereditato questo messaggio portandolo all’estremo, e aggiungendovi qualcosa di nuovo: la consapevolezza precoce e acutissima di tutto ciò che non va nel mondo. Cresciuti con internet e i social media, i ragazzi nati dopo il 1997 hanno avuto accesso sin dall’adolescenza a un flusso continuo di informazioni su crisi climatica, disuguaglianze, instabilità politica, salute mentale. Hanno sviluppato un vocabolario emotivo molto più ricco delle generazioni precedenti — sanno nominare l’ansia, il burnout, il trauma — e rivendicano la felicità come un diritto, non come un premio da guadagnare. Ma si trovano in un paradosso difficile: più strumenti concettuali per descrivere il proprio malessere, e meno certezze su dove cercarne il rimedio. Sanno cosa non vogliono molto meglio di quanto sappiano cosa vogliono. Poi ci stupiamo di come i ragazzi di oggi siano generalmente più “tristi”, diciamo così, rispetto alle generazioni precedenti e diamo inevitabilmente la colpa a smartphone e social media, che spesso invece sono l’unico rifugio di una generazione che non sa dove altro cercare.
Il risultato è che ogni generazione ha, in fondo, un problema diverso con la felicità. La generazione del dopoguerra sapeva dove cercarla ma raramente si chiedeva cosa fosse davvero. La generazione degli anni Settanta-Ottanta si è posta la domanda ma ha faticato a trovare una risposta stabile. La Gen Z ha la domanda sempre in testa — ossessivamente, a volte — ma vive in un mondo che sembra strutturalmente poco attrezzato a risponderle. Tre generazioni, tre versioni dello stesso problema. E forse la cosa più onesta che si possa dire è che nessuna delle tre ha trovato la soluzione definitiva. Anche perché, probabilmente, una soluzione non esiste.
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