Dopo un’Insalata Mista un po’ pazza che, ora lo posso dire, è stata comunque una delle più lette e commentate di sempre, torniamo ai temi più consoni a questa newsletter. Si parla di longevità, un tema già trattato in altre insalate che vi linkerò nel corso di questa puntata. Come sapete, esiste anche un podcast che potrete ascoltare sulle principali piattaforme. In ogni caso, ora Substack ha anche un’utilissima funzione per ascoltare con la voce sintetica questa newsletter. Provatela, se non riuscite a trovare il tempo di leggerla. E soprattutto, se vi piace, condividetela!
Nel 1963, quando il governo giapponese iniziò a contarli, i centenari in tutto il paese erano 153. Ci sarebbero stati comodamente in un vagone della metropolitana di Tokyo, con qualche posto a sedere libero. Oggi, per farli stare tutti insieme, servirebbe uno stadio, e nemmeno dei più piccoli.
A metà settembre il Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare di Tokyo ha comunicato che nel paese vivono 107.677 persone con 100 anni o più: 7.914 in più rispetto all’anno precedente, il 56° aumento consecutivo e, per la prima volta nella storia, oltre la soglia dei 100.000 (Japan Today). L’87,6% di loro è donna. La più anziana, Fuyo Kishimoto, vive a Kyoto e ha 114 anni; l’uomo più anziano, Hikaru Kato, ne ha 112 (KSAT).
La progressione è impressionante: oltre mille centenari nel 1981, oltre diecimila nel 1998, oltre centomila oggi (KSAT). In poco più di sessant’anni il numero si è moltiplicato circa per settecento.
La tentazione, a questo punto, è cercare la ricetta: il tè verde, le alghe, il pesce crudo, l’ikigai. Ma se guardiamo i dati con attenzione, la storia che emerge è un’altra. La longevità giapponese non è un segreto custodito in qualche villaggio di montagna: è il prodotto di un sistema costruito in decenni. E soprattutto non è solo una buona notizia: è anche l’anteprima di un problema economico che l’Italia conosce benissimo, perché è il suo stesso problema, con qualche anno di ritardo.
Quel luogo comune dei giapponesi che si alimentano con cibi salutari, si svegliano la mattina facendo stretching e ginnastica davanti al sole che sorge e meditano in ogni momento della giornata, chiaramente, è una nostra costruzione molto romanticizzata della realtà che si vive in Giappone.
Ma poi, siamo sicuri che quello che vediamo oggi sia ancora una tendenza attuale? O è il risultato di decenni di comportamenti corretti che sono già peggiorati, ma le cui conseguenze sull’aspettativa di vita si vedranno tra qualche decennio a partire da oggi? Già, perché a chiunque sarà capitato di visitare Tokyo o di vedere dei video su YouTube in cui, accanto ai ristoranti di sushi prelibato, si affiancano locali di cibo spazzatura al cui cospetto noi occidentali abbiamo soltanto da imparare.
Cosa ci nasconde il dato sulla longevità del Giappone? È davvero il posto con la qualità di vita migliore del pianeta? E quanto l’Italia è distante da quello che succede dall’altre parte del mondo? Sono domande che mi sono posto all’indomani della notizia rilanciata da tutte le testate. D’altronde il titolo era facile: oltre centomila anziani superano i 100 anni. Ma cosa ci dice esattamente e cosa possiamo imparare da tutta questa storia?
Un po’ ambizioso sperare di rispondere a tutte queste domande in una sola Insalata Mista. Ma ci ho provato, chissà che tra gli elementi di questa formula magica non ci sia anche leggere newsletter come questa che, fra le altre cose, ha pochissimi grassi saturi e un sacco di fibre. Quindi, abusatene pure. Buona lettura!
Non un elisir, ma un sistema
Nel commentare la notizia, lo stesso Ministro della salute Kenichiro Ueno, ha parlato di «progressi della tecnologia medica, stile di vita e alimentazione sani» (KSAT). Da Ministro della salute, chiaramente, non poteva non lodare il sistema sanitario che presiede. Ma vedremo come rappresenti un dato ricorrente il fatto che le aspettative di vita maggiori si riscontrano proprio nei paesi in cui c’è una sanità pubblica o ad accesso libero (o quasi).
Ciononostante, compaiono altri fattori determinanti. Una scoping review pubblicata quest’anno su Discover Public Health ha passato in rassegna la letteratura disponibile sui centenari di tutto il mondo e ha individuato comportamenti ricorrenti, che vanno dalle diete varie ed equilibrate con un alta quota di vegetali e poche proteine e calorie a un’attività fisica regolare. Ma anche una quota di fumatori molto più bassa rispetto ai gruppi di controllo (Discover Public Health). Ora, prima che questa Insalata diventi una brutta copia di Medicina 33, prendiamo però la parte interessante di tutto questo discorso, che non è né la scoperta di un Eden dove si vive all’infinto, né di una ricetta che allunga la vita di chi la adotta. È evidente come la longevità sia la somma di tanti fattori, alcuni dei quali anche casuali, come la benedetta genetica. Il resto è una somma di probabilità e queste probabilità vengono sicuramente aumentate da uno stile di vita sano.
Proprio a questo proposito, è molto interessante come, secondo gli autori della suddetta scoping review, l’attività degli ultra centenari non è mai stata un’attività fisica agonistica o stressante. Si tratta per lo più di attività naturali e integrate nella vita di ogni giorno, come camminare, coltivare l’orto, fare le faccende di casa, andare in giro in bicicletta, più che sessioni di sport inteso in senso stretto. Un dettaglio da tenere bene a mente per chi pensa che andare in palestra tre volte a settimana sia meglio di mezz’ora di camminata al giorno, tutti i giorni.
Tornando sull’alimentazione che, non ci giriamo attorno, è l’altra metà del tutto, esiste uno studio molto citato, originariamente pubblicato sul BMJ (British Medical Journal) nel 2016 da un gruppo del National Centre for Global Health and Medicine di Tokyo. In questo studio i ricercatori hanno seguito per 15 anni quasi 80.000 giapponesi tra i 45 e i 75 anni (quindi uno studio enorme), osservando che chi aderiva più strettamente alle linee guida alimentari nazionali aveva una mortalità complessiva inferiore del 15%, ma soprattutto la mortalità dipendeva molto meno da ictus e malattie cerebrovascolari (BMJ via EurekAlert).
Il beneficio però non arriva da un cibo miracoloso che esiste soltanto in Giappone, bensì dall’equilibrio complessivo di cereali, verdure, frutta, pesce, carne, soia, latticini e perfino dolci e alcol in quantità moderate. Insomma, per farla breve, nulla fa realmente male e nulla fa realmente bene (lo diceva anche Dario Bressanini in un libro sull’alimentazione che ho letto anni fa): si tratta semplicemente di quantità, di proporzioni, di non esagerare e variare molto. Il che significa, per noi occidentali, abbassare drasticamente la quantità di proteine e calorie ingerite ogni giorno. Poi se capita il bicchiere di bevanda zuccherata o la birretta, non sarà certo quello a precluderci il traguardo centenario.
Accennavo prima al discorso della sanità pubblica, che è il secondo ingrediente veramente fondamentale della “dieta” per la longevità. La sanità “universale” venne introdotta in Giappone nel 1961 e in un editoriale del 2011 di The Lancet, si scrive che il paese, grazie all’accesso universale alle cure, era «rapidamente diventato leader mondiale in diversi indicatori di salute, tra cui la longevità», riuscendo a erogare cure efficaci «senza liste d’attesa» a un costo relativamente contenuto (The Lancet).
Il risultato di tutto questo è sotto gli occhi di tutti: nel 2025 l’aspettativa delle donne giapponesi ha raggiunto gli 87,33 anni, la più alta del mondo per il quarantunesimo anno consecutivo, grazie soprattutto al calo di mortalità per tumori e malattie cardiovascolari (Japan Today).
Il mito (che sfuma) di Okinawa
Se volessimo cercare la particolarità nella particolarità, non potremmo non parlare del luogo che più di tutti incarna il mito della longevità in Giappone: Okinawa. L’arcipelago meridionale è stato per anni una delle cinque blue zone del mondo, citato in tutti i libri e i documentari sulla longevità e il benessere. Ma questo primato si è un po’ perso negli ultimi anni. I dati infatti dicono che nel 1985 gli uomini di Okinawa erano i più longevi del Giappone, ma nel 2020 sono scivolati al 43° posto su 47 nelle tavole di mortalità (South China Morning Post). Le spiegazioni di questo peggioramento sono da ricercare nell’occidentalizzazione della dieta e dello stile di vita.
Questa “occidentalizzazione” ovviamente non riguarda soltanto Okinawa. Un grande studio pubblicato nel 2025 su The Lancet Public Health mostra che la speranza di vita giapponese è passata da 79,4 anni nel 1990 a 85,2 nel 2021, ma che i progressi stanno rallentando: il calo della mortalità è passato da -1,6% l’anno nel periodo 2005-2015 a -1,1% nel 2015-2021. Un valore sempre buono, per carità, ma il cui calo è comunque importante da valutare. Senza contare poi che due fattori di rischio, come glicemia e indice di massa corporea, hanno invertito la tendenza e ora sono in aumento (Lancet Public Health, 2025 – sintesi IHME).
Questo fatto potrebbe dare una lettura molto differente della notizia che stiamo commentando: i centenari di oggi sono nati infatti negli anni Venti, cresciuti nel dopoguerra, nutriti con una dieta molto diversa da quella dei loro nipoti. Nonostante la scarsità di cibo, la guerra, un paio di bombe atomiche e tutto il resto, i centenari di oggi sono il frutto di quel periodo storico e non una caratteristica genetica propria dei giapponesi. Una conquista che, come tutte, si può anche perdere.
L’Italia, il gemello europeo del Giappone
A questo punto verrebbe spontaneo chiedersi come siamo messi qui da noi, in Italia, dove la dieta mediterranea è uno dei brand più celebrati in tutto il mondo. Anche perché, sotto molti punti di vista, l’Italia somiglia tremendamente al Giappone.
Secondo l’OCSE, la speranza di vita in Italia è di 83,5 anni, ovvero 2,4 anni sopra la media dei paesi membri. Ufficialmente siamo al decimo posto nel mondo per speranza di vita, ma mi sono fatto incrociare da Claude i dati sull’aspettativa di vita con la popolazione totale dei paesi e quello che è risultato è che l’Italia è, tra i grandi paesi (che ho stabilito essere quelli con più di dieci milioni di abitanti) è addirittura in quarta posizione dopo Giappone (appunto), Spagna e Corea del Sud.
Siccome siamo italiani, però, non ci basta arrivare a questo risultato clamoroso, ma ci vogliamo arrivare pure spendendo meno degli altri. E infatti spendiamo 5.164 dollari pro capite (a parità di potere d’acquisto) contro una media OCSE di 5.967, che è pari all’8,4% del PIL contro la media del 9,3% (OCSE, Health at a Glance). Come tutto questo sia possibile non mi è davvero chiaro. Anche perché si può mentire su tutto, ma sull’età è piuttosto difficile.
L’Italia è messa piuttosto bene anche sul fronte dei centenari: secondo l’Istat, al 1° gennaio 2026 i centenari in Italia erano 24.700, quindi circa 42 ogni 100.000 abitanti; in Giappone, rapportando i 107.677 centenari ai circa 122 milioni di abitanti, si arriva al rapporto di 88 centenari ogni 100.000 persone. Che è il doppio, ok, però è un dato che va anche spacchettato: gli uomini italiani nel 2025 avevano un’aspettativa di vita di 81,7 anni contro quella degli uomini giapponesi di 81,35 anni (in queste medie i decimali contano, eccome). Il vantaggio giapponese è, in altre parole, più femminile che altro: le donne italiane si fermano a 85,7 anni (comunque parecchio di più degli uomini), ovvero a quasi due anni in meno rispetto alle giapponesi.
Italia e Giappone sono anche accumunati da un altro dato, questa volta decisamente meno positivo: le nascite. Nel 2025 in Italia ci sono state circa 355.000 nascite e 652.000 decessi e la fecondità è scesa a 1,14 figli per donna. In Giappone, nello stesso anno, le nascite sono state 671.236, che è il minimo storico da quando esistono le rilevazioni (cioè il 1899), contro quasi 1,6 milioni di decessi. La fecondità è esattamente la stessa dell’Italia: 1,14 (Nippon.com). Due paesi così distanti eppure così drammaticamente simili.
Il grande inverno demografico
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E se invece dell’Italia prendessimo in considerazione il paese (considerato ancora, nonostante tutto) più potente del mondo? Ecco, da questo punto di vista gli Stati Uniti sono messi male, direi malissimo se si prende in considerazione anche la spesa pro capite. Gli Stati Uniti infatti spendono in sanità 14.885 dollari pro capite, il 17,2% del PIL, più di qualsiasi altro paese OCSE, e in cambio l’aspettativa di vita si ferma a 78,4 anni, ovvero 2,7 anni in meno della media OCSE (OCSE, Health at a Glance).
In sintesi: spendono tre volte quello che spendiamo in Italia, per vivere in media cinque anni in meno. Giudicate voi. E in tutto questo, con quella spesa pro capite assurda, nemmeno possono vantare un sistema sanitario a libero accesso. Direi non un grande risultato, insomma. A pesare su questo scarso risultato sono certamente prevenzione, accesso universale, alimentazione, movimento quotidiano e disuguaglianze sociali. Quest’ultimo punto è ciò che fa distinguere proprio il Giappone, perché oltre ad avere una sanità più accessibile, è un posto dove si cammina molto e si usa moltissimo la bicicletta al posto dell’auto.
Il conto della longevità
Lì per lì pensare che così tanta gente superi i 100 anni è un notizia che fa piacere, indubbiamente, ma poi arrivano anche i risvolti negativi. Al 15 settembre 2026 gli over 65 in Giappone erano 36,24 milioni, il 29,6% della popolazione, ovvero la quota più alta al mondo tra i paesi con più di 40 milioni di abitanti. Al secondo posto chi troviamo? L’Italia, con il 25,6% (di nuovo una somiglianza). Secondo una proiezione dell’istituto nazionale di ricerca sulla popolazione, nel 2040 gli anziani saranno il 34,8% dei giapponesi (Xinhua).
Se si misura il rapporto di dipendenza degli anziani, ovvero quante persone con 65 anni o più ci sono ogni 100 persone in età da lavoro (tra i 20 e i 64 anni), il Giappone ha il valore più alto di tutta l’OCSE: nel 2017 superava 50 e le proiezioni danno questo rapporto a 79 nel 2050 (OCSE, Working Better with Age: Japan). In altre parole, tra venticinque anni ci saranno 1,3 persone in età da lavoro per ogni anziano.
Il Giappone ha cercato di mettere una pezza a questo problema facendo lavorare più a lungo i suoi anziani. Una misura che giudicheremmo di buon senso, anche se ci piace poco. Nel 2023 il tasso di occupazione degli over 65 era del 25,2%, più di uno su due con età compresa tra i 65 e i 69 anni ha un lavoro, così come ha un lavoro uno su tre tra i 70 e i 74 anni (Nippon.com). Nel 2025 i lavoratori over 65 erano il 13,8% del totale degli occupati, in crescita per il 22° anno consecutivo.
Poi c’è il discorso della sanità, perché più anziani significa più cure necessarie. Secondo le stime governative riportate dal Dipartimento del Commercio statunitense, entro il 2040 al Giappone serviranno 2,72 milioni di operatori dell’assistenza, con una carenza prevista di circa 570.000 unità (International Trade Administration). Una mancanza che Tokyo vuole colmare con lavoratori stranieri (che in Giappone sono molto pochi) e con la robotica. Ma per un paese storicamente molto chiuso all’immigrazione, non è affatto semplice.
Nell’ultima analisi economica sul Giappone, l’OCSE prova a dire la sua: la soluzione sta nel rimuovere gli ostacoli all’occupazione di donne e anziani e nel ricorrere maggiormente ai lavoratori stranierei e nel sostenere giovani e famiglie per incentivare la natalità. Che strano, sembra pari pari quello che dovrebbe fare anche l’Italia.
Quindi, la longevità è una buona notizia?
La longevità è ovviamente una buona notizia. Che oltre centomila persone in un solo paese abbiano superato il secolo di vita è il risultato di qualcosa di buono, indubbiamente: sanità pubblica, prevenzione, alimentazione equilibrata, attività fisica e anche una buona dose di fortuna e genetica. Forse è una delle più grandi conquiste degli ultimi cento anni: nonostante tutto, sempre più persone vivono più a lungo e vivono anche meglio.
Ma il Giappone non è soltanto il paese dove si vive di più, è anche il laboratorio dove studiare quello che sta succedendo nel mondo ricco: l’Italia anzitutto, ma poi il resto dell’Europa, la Corea del Sud, la Cina. Un paese dove ogni anno ci sono più centenari e meno neonati, dove i settantenni lavorano per necessità e dove la vera risorsa scarsa non sono i soldi, ma le risorse nella sanità: medici, infermieri, assistenti, specialisti.
La domanda quindi non è tanto qual è la ricetta per vivere più a lungo, ma chi si prenderà cura di chi avrà la fortuna di arrivarci. E soprattutto: siamo sicuri di voler ancora attendere molto prima di cominciare a pensarci seriamente?
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