Come sarebbe che quasi tutti i nostri farmaci arrivano dall'India?
L'India fabbrica quasi metà dei farmaci generici degli USA e oltre un vaccino su due nel mondo. Ma per farli dipende al 73% dalla Cina, che le fornisce quasi tutti i principi attivi.
Diciamocelo chiaramente: se si deve pensare a uno dei posti più igienicamente compromessi del pianeta, il pensiero va quasi sempre all’India. E allora come si sposa questo col fatto che l’India viene ritenuta — a ragione, lo vedremo — la “farmacia del mondo”? Sì, in India viene prodotta la larghissima parte dei farmaci generici e la quasi totalità di alcune tipologie di vaccini. Se tutto questo vi fa paura, cercate di frenare l’istinto di andare a guardare la provenienza della pasticche per la pressione che avete nel cassetto, non è questo il vero problema.
Il vero problema, ci arriveremo più approfonditamente tra poco, è che abbiamo delocalizzato anche la filiera dei prodotti che ci tengono in vita e questo, all’indomani della crisi di Hormutz, della guerra contro l’Ucraina e delle tensioni di Stati Uniti e Cina, assume tutto un altro profilo di rischio.
I problemi complessi, come sempre, richiedono spiegazioni complesse. E qui di complessità ce n’è davvero tanta. Scopriremo infatti che l’India è uno dei più grandi assemblatori di farmaci del mondo, ma che in realtà dipende per tre quarti da un altro fornitore di materie prime: la Cina, senza la quale non sarebbe in grado di produrre nulla. Senza Cina, in altre parole, noi occidentali rimarremmo improvvisamente senza antibiotici, farmaci per il controllo della pressione e della glicemia, antitumorali e via dicendo.
Parte della complessità ricade poi sulla diffusione dei farmaci generici e dei “preautorizzati”, a cui attingono le organizzazioni umanitarie. Si tratta di categorie di farmaci a bassissimo costo dove, per forza di cose, i margini di profitto sono limitati all’osso. E quando i margini sono limitati, si sa, la prima voce sulla quale si fa economia sono i controlli di qualità. E i controlli sono una parte importantissima del problema, perché anche a volerli fare e a pretendere una rigidità superiore proprio nei paesi di fabbricazione, c’è un problema intrinseco che non è facile superare.
Tutto ciò ha portato a casi molto gravi di infezioni e persino perdite di centinaia di vite nei paesi più poveri. Insomma il problema c’è ed è reale. Nonostante ciò, non è tutto da buttare via. Il settore farmaceutico è fondamentale per l’economia dell’India e a questo proposito il paese sta sviluppando una sua eccellenza produttiva notevole. Alcuni prodotti sono stati riconosciuti come molto affidabili e il governo stesso ha iniziato un lungo percorso per la riappropriazione delle capacità e conoscenze necessarie a fabbricare internamente anche le materie prime che oggi arrivano dalla Cina.
Detto questo, il pericolo vero rimane uno e uno soltanto: la dipendenza importante dai paesi orientali per un prodotto che ci tiene letteralmente in vita. Una volta avremmo detto che questo è il lato positivo della globalizzazione: l’interdipendenza reciproca avrebbe dovuto allontanare lo spettro dei conflitti tra potenze perché sarebbero state economicamente dipendenti una dall’altra. La storia recente, invece, ci insegna che non è così. Soprattutto quando una popolazione elegge — legittimamente, sia chiaro — personaggi il cui interesse primario non è più il bene della popolazione, ma soltanto quello di una stretta cerchia di persone del proprio rango.
I numeri duri e puri: da dove arrivano veramente i farmaci che usiamo tutti i giorni
Come stanno realmente le cose? Qual è la percentuale di farmaci che viene realmente prodotta in India? L’OMS, nella scheda sull’industria farmaceutica indiana, scrive che l’India sta “emergendo come leader mondiale nella produzione di farmaci generici, fornendo il 20% del mercato globale dei medicinali generici”. Il 20% è calcolato sulle quantità e non sul valore. Tra i paesi destinatari della produzione farmaceutica indiana ci sono quei paesi il cui controllo sui farmaci è più rigido. Tra questi Stati Uniti, Europa occidentale, Giappone e Australia. L’india è anche uno dei più importanti produttori di vaccini del mondo, con ben 21 impianti di produzione e oltre il 70% dei vaccini contro il morbillo prodotti a livello mondiale.
Queste percentuali crescono vertiginosamente in alcuni casi specifici, come gli Stati Uniti, per esempio, dove la percentuale di farmaci generici che proviene dall’India dalle al 40%. Quasi un farmaco generico su due acquistato dai cittadini americani è fatto in India.
Infine ci sono i programmi di prequalificazione dell’OMS, ovvero quella lista di farmaci e di vaccini che viene certificata e utilizzata per gli acquisti internazionali da enti come UNICEF e altri. Il 64% di questi prodotti finiti e il 59% dei principi attivi di questa lista sono di produzione indiana.
L’India però è soltanto, nella maggior parte dei casi, un mero assemblatore. La materia prima, detta più tecnicamente APIs (che sta per Active Pharmaceutical Ingredients, ovvero il principio attivo) arriva, ancora una volta, dalla Cina. Quest’ultima è, come spesso accade, quel paese che ha fortemente spinto sulla stimolazione di questo settore industriale (anche questo) anche attraverso una certa deregolamentazione dei criteri di sicurezza, che pian piano l’ha portata a sviluppare anche capacità e competenze che oggi sono uniche al mondo.
La conseguenza è semplice ed è stata fotografata con precisione da un’interrogazione parlamentare indiana relativa al periodo 2024-25: in quell’anno fiscale, l’India ha importato 200 categorie di principi attivi e altri prodotti farmaceutici per circa 4,35 miliardi di dollari. La Cina ha coperto il 73,71% di quel totale. Si tratta quindi di tre quarti del totale, in crescita rapidissima se si pensa che nell’anno fiscale 2018-19, la quota cinese era già due terzi delle importazioni. Per farla breve, dipendiamo in buona percentuale dall’India per i farmaci che usiamo tutti i giorni come antibiotici, antidiabetici, farmaci cardiovascolari e oncologici. E l’India, a sua volta, dipende quasi completamente dalla Cina.
Le conseguenze dirette: sciroppi mortali e non solo. Il vero problema sono i controlli
Se abbiamo una così scarsa considerazione delle condizioni igienico sanitarie dell’India, un po’ dipende da alcuni pregiudizi radicati nella nostra testa. In parte è sicuramente così, ma esiste anche una certa parte di verità.
Il sistema di controlli sulla filiera produttiva indiana in qualche caso ha fallito e ha portato a casi internazionali anche molto gravi. Nel 2022, per esempio, l’OMS lanciò un allarme su quattro sciroppi pediatrici prodotti dalla Maiden Phamaceuticals di Nuova Delhi. Se cercate la pagina aziendale su LinkedIn, scoprirete che il claim aziendale è “Quality you would expect at price you wouldn’t”, che tradotto potrebbe suonare come “la qualità che ti aspetti, al prezzo che non ti aspetteresti”.
Prezzo, appunto. Il caso divenuto tristemente famoso infatti riguardava la contaminazione di questi sciroppi con dietilenglicole e glicole etilenico. Cosa sono? Detto in parole povere, si tratta di antigelo, come quello che viene usato nelle automobili. E come c’è finito negli sciroppi? Semplicemente perché si tratta di solventi molto più economici del glicole propilenico, che è invece testato e sicuro per l’uso umano. Ancora una volta, il bassissimo costo di questi farmaci ha fatto saltare i necessari controlli di qualità, che non hanno intercettato la condotta criminale di alcuni fornitori della filiera. Il risultato è stato tragico: in Gambia, tra luglio e settembre 2022, l’OMS ha ricostruito 78 casi sospetti con 66 decessi confermati.
Tre mesi dopo, un secondo allarme OMS ha colpito due sciroppi della Marion Biotech collegati ad alcuni decessi in Uzbekistan. Sommando tutti gli episodi internazionali di sciroppi contaminati, l’OMS ha parlato di oltre 300 morti in almeno sette paesi, poi rivisti a oltre 350 in una comunicazione successiva.
Ma se pensate che questi siano casi estremi collegati alle condizioni del terzo mondo, allora bisogna ricordare come nel 2023 (appena tre anni fa), la FDA e i CDC hanno collegato un focolaio batterico negli Stati Uniti a un collirio, lo EzriCare Artificial Tears prodotto dalla Global Pharma Healthcare. Secondo FDA, a causa di questo collirio, 55 pazienti in 12 diversi stati sono stati colpiti da questa infezione. Tra questi, si conta un decesso per infezione del sangue e casi di perdita permanente della vista.
Il problema è noto a tutti e riguarda i controlli
Uno studio indipendente del 2025 ha voluto andare più a fondo sulla correlazione tra paese di produzione del farmaco e comparsa di eventi avversi gravi. Si tratta di un lavoro pubblicato sulla rivista Production and Operations Management, i cui autori appartengono alla Ohio State University e Indiana University e non hanno alcun legame con la FDA.
Lo studio ha confrontato 2.443 farmaci generici con lo stesso principio attivo, prodotti in India e negli Stati Uniti, evidenziando il 54% di eventi avversi gravi in più per i generici prodotti in India. Tra questi eventi sono stati considerati le ospedalizzazioni, la disabilità e i decessi. Tutto questo potrebbe far pensare che i farmaci indiani siano, in generale, molto pericolosi. Qualcosa da cui stare alla larga. Ma è davvero così?
Certamente c’è un problema enorme quando si tratta di catene di produzione così lunghe e distanti dai paesi che poi devono sorvegliare il processo produttivo. La stessa FDA, per esempio, impone gli stessi standard qualitativi sia ai produttori nazionali che a quelli esteri. Il problema però sta tutto qui: gli ispettori possono presentarsi presso uno stabilimento produttivo americano in qualsiasi giorno, contando su un validissimo effetto sorpresa. Quando gli stessi ispettori tentano di fare lo stesso con un paese così distante — ora che hanno ottenuto il visto, organizzato il viaggio, prenotato l’interprete e svolto tutte le pratiche obbligatorie — vedono vanificare del tutto l’effetto sorpresa. Risultato: i controlli riportano sempre situazioni ottimali, a fronte però di risultati pratici non proprio equivalenti.
E proprio sulla bioequivalenza, ovvero sul test che dimostra come il farmaco generico venga assimilato dal corpo umano alla stessa identica maniera del farmaco originale, si basa un altro caso di clamorosa manipolazione dei dati e falsificazione dei test. Insomma, la globalizzazione ha permesso di abbassare i costi economici, ma a quale costo sulla salute?
Una speranza c’è, ma il pericolo vero rimane
Se state provando l’impulso di andare a controllare la provenienza dei vostri farmaci generici per poi buttarli nel cestino, sappiate che la situazione non è completamente negativa, anzi. Uno studio del 2024 ha testato cinque sartani — farmaci per il controllo dell’ipertensione — sia in versione generica che branded (di marca), trovando equivalenza sia negli standard di purezza, che di contenuto e dissoluzione.
Del resto, il governo indiano è perfettamente consapevole del suo vero punto debole. Tanto che, in una risposta parlamentare del 2026, ha evidenziato il rischio della dipendenza dalla Cina verso i principi attivi e ha previsto incentivi alla produzione nazionale degli stessi APIs. Non solo: sono state anche riviste profondamente le norme GMP nel 2023, estese poi nel 2025, allineandosi di fatto agli standard occidentali di OMS e organismi europei.
GMP sta per Good Manufacturing Practice ed è l’insieme di norme che garantisce che un farmaco (o vaccino) venga prodotto e controllato sempre secondo altissimi standard di qualità. Lo Schedule M è la norma indiana che traduce questi principi in requisiti legali obbligatori per i produttori farmaceutici. La revisione del 2023 ha allineato lo standard indiano a quello WHO-GMP (quindi quello dell’OMS) e alle GMP europee, introducendo obblighi come un Pharmaceutical Quality System strutturato, la gestione del rischio di qualità, la validazione dell’intero ciclo di vita del prodotto e la revisione periodica della qualità. Come risultato, nel 2024 l’OMS ha promosso il sistema regolatori indiano dei vaccini a livello di maturità 3 (terzo livello di quattro, quindi un livello molto alto).
Tutto sembrerebbe andare quindi nella direzione giusta. Nei prossimi anni possiamo aspettarci un’ulteriore miglioramento del sistema di sorveglianza nella filiera indiana di produzione del farmaco. Eppure, anche se dovesse raggiungere i livelli massimi di affidabilità, la filiera di produzione asiatica non potrà comunque farci dormire sonni tranquilli. Una questione “stretto di Hormuz” — che ha già compromesso un altro nostro bisogno primario, il cibo, come raccontato in una precedente Insalata Mista — rivisto in chiave conflitto con la Cina o con l’India, rischierebbe seriamente di mettere in crisi le forniture di farmaci essenziali per trattare malattie con una diffusione importantissima e anche se in Europa la percentuale di approvvigionamenti dall’India non è così alta come negli Stati Uniti, siamo sicuri che un ammanco del 20% nella fornitura di farmaci generi non metterebbe in crisi il nostro sistema sanitario?
Il cibo? Lo facciamo col gas. Che oggi scarseggia.
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D’altronde sempre di globalizzazione parliamo: quando si decide di delocalizzare la produzione di qualcosa di così essenziale per la vita, come il cibo o la salute, bisogna mettere in conto che si sta mettendo un bene essenziale nelle mani di qualcuno che potrebbe non avere sempre le nostre stesse priorità. Una scelta ancora più folle e scellerata se si pensa che, soprattutto nel settore farmacologico, il grosso della conoscenza proviene proprio da Europa e Stati Uniti. Essendo quella dei farmaci una produzione ad alto valore aggiunto, era proprio necessario cercare di limare i costi a tal punto da rivolgersi a paesi così distanti e la cui democrazia è ancora così incerta?
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