Potremmo davvero fare a meno degli Stati Uniti?
L’Europa dipende dai servizi digitali statunitensi molto più di quanto sia disposta ad ammettere. Ma alternative europee esistono davvero, il problema è se abbiamo il coraggio di usarle.
Il rientro dalle ferie di Natale è stato brusco un po’ per tutti, perché è stato come risvegliarsi di colpo da un sonno tutto sommato tranquillo e sereno. All’improvviso ci siamo resi conto che gli Stati Uniti non sono più come ce li immaginavamo. O quantomeno non è più così certo che saranno ancora quello che sono stati negli ultimi decenni: un paese protettore, ispiratore, a cui ambire come prospettiva di mercato, di liberalizzazione, di ricerca e sviluppo, di tecnologia.
Se tutto d’un tratto ci siamo resi conto che queste certezze cominciavano a traballare sotto il fronte economico e militare, abbiamo realizzato un po’ meno lucidamente quanto la dipendenza dagli Stati Uniti sia pericolosamente elevata e che un eventuale strappo in questo senso - che sarebbe, sia chiaro, autoimposto dall’Europa stessa - potrebbe essere drammatico non soltanto per noi europei come cittadini, ma anche e soprattutto per aziende e pubblica amministrazione.
Quando Macron ha invocato, qualche giorno fa, lo scudo anti-coercizione europeo, ho letto sui giornali termini come “bomba”, “bazooka” o “arma nucleare” e ho pensato immediatamente alla solita esagerazione giornalistica per alzare i toni. Poi mi sono documentato su questo scudo e ho capito che, se attuato su un mercato ricco come quello europeo, che conta mezzo miliardo di cittadini mediamente benestanti, può essere molto dannoso per chiunque, finanche per un paese potente come gli Stati Uniti.
L’ACI, cioè lo scudo di cui si è parlato, mette insieme misure come restrizioni su import/export di beni e servizi, limitazioni agli investimenti diretti esteri e ai diritti di proprietà intellettuale, restrizioni all’accesso agli appalti pubblici Ue e all’immissione sul mercato di prodotti regolamentati. Il riassunto più facile e veloce di tutto questo potrebbero essere banalmente i famosi “contro-dazi” di cui si sventolò lo spauracchio all’inizio del 2025, quando Trump cominciò a minacciare tutto il mondo.
La domanda intorno a cui ruota questa Insalata Mista dunque è: vista la dipendenza pressoché totale dai servizi digitali statunitensi, potremmo davvero adottare politiche per frenare, ostacolare o addirittura bloccare la diffusione di questi servizi? In altre parole, per essere più sinceri e copiando il titolo di questa Insalata: potremmo davvero fare a meno degli Stati Uniti? Quantomeno sul fronte dei servizi digitali, che è il perimetro che riguarda meglio questa newsletter.
A voler fare un rapido elenco dei servizi da cui dipendiamo, infatti, gira un po’ la testa: dai social network al cloud, dal browser con cui navighiamo su internet agli smartphone, dai servizi di streaming ai programmi per l’ufficio. In mezzo c’è tutto: svago, tempo libero, lavoro. Tutto è connesso tramite il cloud: gli elettrodomestici della casa, i siti web che consultiamo tutti i giorni, il motore di ricerca con cui li troviamo, gli smartphone da cui non riusciamo più a separarci.
Ma tutto questo riguarda anche il tessuto produttivo, il vero cardine sul quale ruota ancora la ricchezza del nostro antico continente: le aziende basano tutta la loro proprietà informatica e digitale su strumenti che al 90% sono di provenienza statunitense. In altre parole, abbiamo buttato all’aria la nostra sovranità digitale abdicando completamente a un paese straniero che oggi come non mai si sta dimostrando ostile all’Europa persino a livello militare.
Come facciamo a riprenderci un pezzettino di quella sovranità? Possibile che non esistano alternative europee a questi servizi, quantomeno quelli vitali per il nostro tessuto industriale?
La dipendenza digitale come vulnerabilità geopolitica
Se la dipendenza energetica è stata per decenni il grande nervo scoperto dell’Europa, oggi la vera vulnerabilità sistemica è quella digitale. Una dipendenza molto meno visibile, ma potenzialmente molto più pericolosa. Secondo stime della Commissione Europea e dell’ENISA, oltre il 70% dei servizi cloud utilizzati in Europa — inclusi quelli adottati da aziende strategiche e pubbliche amministrazioni — fa capo a tre grandi fornitori statunitensi: Amazon (con AWS), Microsoft (Azure) e Google (Google Cloud).
Non si tratta solo di server e storage, non mi riferisco a Office o Gmail, ma a tutto quello che c’è sotto i servizi che utilizziamo ogni giorno. Qualche settimana fa un problema tecnico di Cloudflare ha “spento” più di metà internet. Improvvisamente abbiamo conosciuto il nome di questa azienda — sconosciuta ai più — e capito di colpo che la gran parte dei siti e dei servizi sul web impiegavano i servizi Cloudflare per proteggersi.
Allo stesso modo, una grandissima quantità di servizi, siti, portali, sistemi informatici, piattaforme che gestiscono dati, identità digitali, processi produttivi, sistemi sanitari e infrastrutture critiche si appoggiano in qualche modo a un servizio o a un’infrastruttura americana. Il problema non è tanto dove risiedano fisicamente i dati — spesso sono fisicamente in data center europei — ma sotto quale giurisdizione ricadano. Il Cloud Act statunitense consente infatti alle autorità USA1 di richiedere l’accesso ai dati detenuti da aziende americane anche se archiviati fuori dal territorio nazionale.
È qui che il GDPR mostra tutti i suoi limiti: una normativa europea non può nulla contro un obbligo imposto da un tribunale federale statunitense. In altre parole, l’Europa ha delegato il cuore pulsante della propria economia digitale (e non solo) a soggetti che rispondono a un altro Stato, con altri interessi e altre priorità. Finché i rapporti politici restano distesi, questa fragilità resta teorica. Ma nel momento in cui lo scenario geopolitico cambia, quella che sembrava efficienza si trasforma in esposizione al rischio.
Sembra girare il coltello nella ferita, ma volendo fare un elenco dei paesi di origine dei servizi digitali da cui dipendiamo ci si accorge che una mano è persino sprecata, basta un dito. L’unica eccezione, forse, c’è nel mondo dei social network e della messaggistica, dove TikTok e Telegram hanno intaccato il predominio statunitense. Tutto il resto — dalla posta elettronica al cloud, dai sistemi operativi per smartphone all’intelligenza artificiale, è tutta roba che arriva dall’altra parte dell’Oceano. Da quel paese amico, protettore, gemello di tantissime battaglie e ora, improvvisamente, ostile sotto molti punti di vista, primo fra tutti quello economico.
Sono in tanti a lamentarsi della debolezza della risposta (o della non risposta) europea, ma è forse arrivato il caso di domandarsi: saremmo davvero capaci di alzare uno scudo commerciale contro gli Stati Uniti? E soprattutto: sapremmo sopportare le conseguenza dell’impennata dei costi dei servizi digitali diventati essenziali come conseguenza di dazi o (peggio) di restrizioni commerciali?
L’illusione della neutralità delle piattaforme
Una delle grandi vittorie culturali delle Big Tech è stata quella di riuscire a presentarsi come strumenti neutrali, quasi naturali, come se Google, Gmail o Google Maps fossero semplicemente “internet”. In realtà, dietro questa apparente neutralità si nascondono infrastrutture private che riflettono interessi economici e politici ben precisi.
Il concetto di default, in questa guerra a base di “soft power”, è fondamentale: ciò che è preinstallato, ciò che funziona “meglio”, ciò che è integrato ovunque diventa inevitabilmente l’originale, il “predefinito”. Eppure, le alternative europee esistono e funzionano. Ho provato a fare un rapido esercizio per capire se esistesse un’alternativa per ogni applicazione americana a cui ci siamo abituati e, con mia grandissima sorpresa, ho trovato pochissime (seppur significative) aree scoperte.
In questa ricerca ho persino trovato interi siti web dedicati a questo proposito, come il sito european-alternatives.eu che, seppur iniziativa di una società privata e non dell’Europa stessa, propone una serie di aziende come alternative ai più popolari servizi digitali statunitensi. Molti di questi ho voluto anche testarli e, posso dirlo senza parzialità, in pochissimi casi ho dovuto accettare delle grosse rinunce.
I servizi alternativi a quelli americani esistono e sono anche validi
Diciamocelo subito, il fronte sul quale siamo completamente scoperti è quello dei social network e della messaggistica personale, ma soprattutto quello dei sistemi operativi per smartphone e relativi app store.
Esistono delle sperimentazioni in questo senso, come il sistema operativo Sailfish OS di Jolla, che è un’azienda finlandese che produce vari modelli di smartphone e che ha deciso di farsi in casa anche il sistema operativo senza ricorrere al solito Android. Sailfish OS, tra le altre cose, è basato su Linux, il sistema operativo che è alla base di Android e di buona parte dei server da cui è composta internet stessa. Indovinate dove è stato creato Linux? Sempre in Finlandia e anche questa storia sembra ricalcare le tante, troppe storie del passato in cui abbiamo dato origine a vere rivoluzioni epocali che poi abbiamo abbandonato, regalato o svenduto ad altri paesi, dai computer di Olivetti in avanti (c’è anche una vecchia ma sempre attuale Insalata Mista su questo).
INIZIATIVA: SOSTIENI IL GIORNALISMO INDIPENDENTE
A questo proposito ho deciso di lanciare il primo progetto di giornalismo indipendente e partecipativo di Insalata Mista. Se la validità di uno smartphone realmente europeo, con un sistema operativo alternativo a Apple e Google può essere veramente di vostro interesse, allora permettetemi di testarlo per voi.
A questo proposito ho lanciato un progetto su Gofundme.com per raccogliere i fondi necessari ad acquistare uno smartphone Jolla. Avrei potuto richiederlo all’azienda ma, in ottica di un giornalismo davvero indipendente, preferisco questa formula che, se avrà successo, in futuro potrà proseguire con la prova obiettiva e indipendente di altri dispositivi. Magari anche quelli che sfuggono agli altri siti o canali social perché non spinti da una campagna pubblicitaria adeguata.
Potrete partecipare tutti a questo progetto, sia contribuendo alle campagne economicamente, sia proponendo campagne per il test di nuovi prodotti. Dovrà trattarsi di dispositivi che sfuggono agli altri canali e che in qualche modo non sono interessanti per i canali commerciali classici. Per questo ho scelto di partire da uno smartphone europeo, Jolla, di cui nessun sito o canale YouTube ha mai parlato. Sfrutteremo questo canale e queste campagne per trovare alternative valide che non abbiano la forza commerciale per imporsi sul mercato. E io le testerò per voi.
Perciò, se volete partecipare, non dovrete far altro che cliccare sull’immagine qui sotto o andare sulla pagina del progetto Gofundme.
Sul fronte dei social network siamo messi invece molto peggio. Una piccola luce però c’è, si chiama Mastodon, un social network sullo stile di Twitter che diventò popolare proprio quando Twitter fu acquisito (e demolito) da Elon Musk. Poi però cadde nel dimenticatoio, sepolto sotto l’altra alternativa a Twitter, quel Bluesky creato proprio dai fondatori di Twitter. Nonostante ciò, Mastodon è vivo e lotta insieme a noi. Se volete, dategli una possibilità.
Ancora peggiore è la situazione sul fronte della messaggistica personale. Alternative ai celebri WhatsApp e iMessage esistono, ma sono quasi del tutto sconosciute e mai come nel campo delle applicazioni di messaggistica è fondamentale la popolarità: se non puoi contare sul fatto che chiunque abbia quell’app sul telefono, come fai a utilizzarla per massaggiarci? Una scappatoia, da questo punto di vista, è ancora una volta Telegram, che in quanto applicazione di origine russa (ma sarebbe più corretto dire apolide, vista la sede della società a Dubai e la filosofia del suo chiacchierato fondatore, Pavel Durov).
Molto meglio invece la situazione su altri fronti, spesso insospettabili: da qualche mese sto utilizzando con enorme soddisfazione il browser web Vivaldi, basato su Chrome, ma con molte funzionalità avanzate in più, tra cui la VPN integrata. Oltretutto, essendo basato su Chrome, è compatibile anche con le sue estensioni, quindi è praticamente impossibile sentire la mancanza del più noto browser di Google.
Allo stesso tempo, cercando di allontanarmi dal mondo Google, sto utilizzando il motore di ricerca francese Qwant.com, società che visitai personalmente per un reportage di DDAY.it qualche anno fa. Oggi questo motore ha raggiunto un livello di qualità dei risultati eccezionale, tanto da non aver più avuto necessità di utilizzare Google come ripiego. E in più è un motore totalmente orientato alla privacy, GDPR friendly e sicuro. Ma se non vi piace Qwant ce ne sono molti altri. Cito soltanto l’alternativa più nota: Ecosia.org, il motore di ricerca tedesco sostenibile perché l’azienda dona l’80% delle sue entrate in eccesso, generate attraverso la pubblicità, a progetti di conservazione. Inoltre, i server sono a zero emissioni di CO2.
E per la posta elettronica e le applicazioni d’ufficio? Ecco, da questo punto di vista dormiamo sonni tranquilli: Proton Mail è un’alternativa a cui guardo da tempo con estremo interesse, essendo stata tra i primi servizi di posta elettronica a proporre la crittografia. Dice la sua descrizione: «Proton Mail è un servizio di posta elettronica crittografato che offre crittografia end-to-end, protetto dalle severe leggi svizzere sulla privacy. È stata fondata dagli scienziati del CERN con l’obiettivo di proteggere la privacy dei suoi utenti. I server si trovano in Svizzera e i dati sono crittografati end-to-end, pertanto Proton Mail non ha modo di accedere ai tuoi dati. È gratuito all’avvio, senza pubblicità e progettato per mantenere private le tue comunicazioni senza sorveglianza, pubblicità o tracciamento». Ma non c’è solo Proton, le alternative sono tante, come l’italiana Aruba, che da anni offre un servizio di posta di estrema qualità.
Sempre Aruba è un ottimo gestore per tutti i servizi di hosting e cloud. Il suo Aruba Drive, per esempio, offre spazio di archiviazione illimitato per circa 60€ l’anno e può essere un’alternativa eccezionale a tutti i servizi a cui i nostri smartphone ci hanno assuefatto, come Google Drive o Apple iCloud Drive.
Partiamo proprio da Google Drive o Office365 per parlare delle suite da ufficio e applicazioni di collaborazione. Anche qui la valida (validissima) alternativa c’è: si chiamano NextCloud o LibreOffice. La prima, NextCloud, è una suite del tutto simile per servizi e caratteristiche a Google Workspace, con il vantaggio di poter essere installata sui propri sistemi e di poter esercitare un controllo totale sui dati. Mica poco.
Due parole vanno spese anche per i servizi di navigazione satellitare, altro punto dolente dove però una prospettiva c’è: innanzitutto la parte più complicata, ovvero la flotta di satelliti, dove siamo più che a posto. Dal 2016 infatti ci sono orbita ben 30 satelliti del sistema di posizionamento europeo Galileo, che garantisce una precisione molto superiore all’americano GPS. Tutto sta ad utilizzarlo.
E per quanto riguarda le app di navigazione? Possiamo davvero abbandonare Google Maps? Anche qui di alternative ce ne sono e anche illustri. Per esempio Here, la cui app di navigazione Here Wego sto testando e di cui vi saprò dire in futuro. Here è un’azienda in passato di proprietà di Nokia (di nuovo torna la Finlandia) e che nel 2015 fu venduta a un consorzio di aziende automobilistiche tedesche, cioè Audi, BMW e Daimler.
Ma ancora più nota è certamente la nederlandese TomTom, vero sinonimo di navigazione satellitare e pioniera in questo senso. L’azienda, i cui servizi sono utilizzati e integrati anche all’interno di Apple Maps, propone ancora un’app gratuita di ottimo livello (e vorrei vedere). Ma come non citare anche la slovacca Sygic?
Insomma, se sul fronte della navigazione satellitare siamo messi piuttosto bene, lo stesso non si può dire invece dei chatbot di intelligenza artificiale. Come potremo mai affrancarci da OpenAI, Google o Anthropic? E invece no, anche in questo contesto siamo incredibilmente e inaspettatamente messi bene. Sto testando da una settimana circa la francese Mistral AI, con il suo chatbot Le Chat e devo ammettere che fino ad ora mi ha soddisfatto pienamente in tutti i contesti, dalla generazione di codice al supporto nella documentazione e nella scrittura di testi. Rimane ancora da testare la parte di immagini e soprattutto gli agenti, pure questi disponibili, per i quali vi saprò aggiornare in futuro.
Quando la sovranità si trasforma in boicottaggio
Tra reclamare la propria indipendenza e il boicottaggio vero e proprio, però, il passo è breve. Di questi tempi l’indignazione contro il bullismo imperialista di Trump sta mietendo vittime non solo nei sondaggi di gradimento americani, ma soprattutto nell’antiamericanismo emergente un po’ in tutto il resto del mondo.
Il caso danese raccontato da ANSA è interessante proprio perché ribalta la prospettiva. In Danimarca, nel pieno delle tensioni politiche con gli Stati Uniti e dopo le dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia, due app — NonUSA e Made O’Meter — hanno registrato un aumento dei download dell’867% in una sola settimana.
Si tratta per lo più di applicazioni semplici, quasi banali, nate sulla scorta di questo sentimento di indignazione, che permettono di capire se un prodotto è statunitense e suggeriscono alternative locali. Non stiamo parlando di grandi strategie industriali o di piani quinquennali, ma di cittadini che trasformano una posizione politica in un gesto quotidiano: cosa compro, cosa no, a chi do i miei soldi.
Lo stesso fenomeno si è visto con la cancellazione di abbonamenti a servizi di streaming come Netflix, o con il boicottaggio turistico verso gli Stati Uniti. È un passaggio culturale importante: il consumo smette di essere neutro e diventa dichiarazione di appartenenza. Se questo vale per i cornflakes o per le serie TV, la domanda diventa inevitabile: perché non dovrebbe valere anche per i servizi digitali? Perché boicottare un prodotto fisico appare un gesto politico legittimo, mentre mettere in discussione Google o Microsoft viene ancora percepito come velleitario, se non addirittura irrealistico?
Un’Europa che regola molto e costruisce poco
Arriviamo così al paradosso finale. L’Europa è oggi il punto di riferimento globale per la regolazione del digitale: GDPR, Digital Services Act, Digital Markets Act sono studiati e invidiati in tutto il mondo. Eppure, non esiste una Big Tech europea paragonabile ai colossi statunitensi nei settori chiave: social network, motori di ricerca, sistemi operativi mobili e piattaforme di streaming.
I tentativi non mancano, alcuni anche pienamente riusciti (come abbiamo visto nel secondo paragrafo di questa Insalata) — dal cloud federato GAIA-X al progetto dell’euro digitale della European Central Bank, fino all’identità digitale europea eIDAS 2.0 — ma procedono con lentezza, frammentazione e un evidente timore politico di disturbare equilibri consolidati. In più c’è il solito scetticismo intestino, quello dato dalla frammentazione interna e dal sentimento antieuropeista e soprattutto antifederale che è ancora troppo diffuso e popolare in Europa.
Lo so che a leggere di un chatbot chiamato “Le Chat” molti avranno avuto un rigurgito di quell’antico sentimento di scetticismo che a sua volta riporta a galla un insensato fastidio verso i vicini francesi. Tutto questo però non fa bene alla causa europea e così, per proteggere una supposta e ridicola sovranità nazionale, perdiamo di vista la realtà di un vassallaggio decine di volte più grave nei confronti di un paese sempre più potente e dalla connotazione sempre più pericolosamente imperialista. La traduco in parole semplici: per non cedere un pezzettino di sovranità a un governo europeo e sovranazionale, preferiamo essere assoggettati a Stati Uniti e Cina. Contenti noi…
Il risultato è una sovranità incompleta: l’Europa stabilisce le regole del gioco, ma continua a giocare su campi costruiti da altri. E senza prodotti desiderabili, competitivi e adottabili su larga scala, la sovranità resta un concetto astratto. La vera domanda, allora, non è se l’Europa possa fare a meno degli Stati Uniti dall’oggi al domani. La domanda è se possa permettersi di continuare a non costruire alternative credibili, mentre il contesto geopolitico dimostra che la dipendenza, prima o poi, presenta sempre il conto.
Se sei arrivato fino a qui, innanzitutto ti ringrazio.
Non ci siamo presentati: mi chiamo Franco Aquini e da anni scrivo di tecnologia e lavoro nel marketing e nella comunicazione.
Se hai apprezzato la newsletter Insalata Mista ti chiedo un favore: lascia un commento, una recensione, condividi la newsletter e più in generale parlane. Per me sarà la più grande ricompensa, oltre al fatto di sapere che hai gradito quello che ho scritto.
Franco Aquini
Il Cloud Act (Clarifying Lawful Overseas Use of Data Act) consente alle autorità statunitensi di richiedere — tramite mandato — l’accesso ai dati controllati da aziende americane, indipendentemente da dove tali dati siano fisicamente archiviati. Questo significa che, anche se i dati risiedono in server europei, le aziende USA sono legalmente obbligate a fornirli se richiesto da un tribunale federale statunitense.






Ciao Franco, piacere di averti conosciuto e di leggerti con piacere. È da tempo, che sto tentando di sganciarmi in parte da servizi americani (pur non essendo io anti americano, anzi!). Mi permetto di suggerire alcune alternstive:
1) In ambito servizi e- mail suggerisco Tutanota. Servizio tedesco di e-mail. Hanno anche un ottimo Calendario per non usare Google Calendar. Anche Proton offre oltre alla mail, un calendario ed un Cloud chiamato Proton Drive. Li sto provando da tempo.
2) Altro servizio Cloud molto interessante, perché applica la tecnologia zero knowledge è Tresorit sviluppato da un'azienda con sede in Ungheria
3) Office. Pur usando un Android, un Mac e un iPad (mannaggia sui tablet Apple resta imbattibile) uso la suite OnlyOffice sviluppata nei Paesi Baltici
4) Ti ringrazio per avermi sbloccato il ricordo di JollaPhone. Sto pensando di lasciare Android, ma non vorrei prendere un iPhone (anche se rigenerato). Nokia ahimè monta Android, quindi virerò su Jolla
Credo che il servizio Google più difficile da rimpiazzare resti YouTube. Vimeo non è una valida alternativa
Lato Pc causa lavoro al momento non posso tornare a Linux
Buongiorno Leonardo,
ottime osservazioni purtroppo secondo me la il problema più grosso è su altri fronti in particolare su quello dei pagamenti su carta di credito. In questo momento tutte le transazioni su cc sono gestire da provider us che se domani decidessero di bloccare la cosa di fatto bloccherebbero una larga parte dei pagamenti. Vedo che qualcosa si sta muovendo anche sul fronte eu-wallet ma molto a rilento